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La suggestiva processione del Venerdì Santo a Chieti, è una delle più emozionati e spettacolari rappresentazioni della Passione della Pasqua cristiana.

Definita da D’Annunzio una fontana di lacrime, è sicuramente la più solenne e sontuosa per quanto riguarda l’apparato scenografico, ed è tra le più sentite a livello regionale. Mostra e documenta in maniera formale, attraverso un elaborato cerimoniale, il dolore e la Passione di Cristo. La Processione del Cristo morto di Chieti è la più antica d’Italia, probabilmente datata intorno   all’842 d. C. La prima rievocazione documentata risale al periodo della ricostruzione della Cripta di San Giustino, ma la forma attuale, coincide con la nascita dell’Arciconfraternita del Sacro Monte dei Morti nel XVI secolo.

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La processione è organizzata proprio da quest’ultima, ma prevede la partecipazione di altre 13 Confraternite, secondo un cerimoniale stabilito fin nei minimi particolari. Tutti i confratelli indossano l’abito del proprio sodalizio e procedono incappucciati in segno di penitenza e di lutto, mentre le donne, anch’esse riunite in associazioni di carattere religioso, indossano l’abito nero di cerimonia. Il corteo che avanza tra i suggestivi scorci del centro storico teatino, è reso ancor più spettacolare dal buio della sera, dalla presenza dei Cavalieri del Santo Sepolcro e dal bagliore del fuoco che arde nei tripodi che illuminano il percorso.  La processione ha luogo il venerdì sera davanti al duomo di San Giustino. Sulla scalinata si esibisce la Schola Cantorum della Cattedrale formata da 160 elementi che, accompagnata da una orchestra di oltre 150 archi, intona il Miserere di Saverio Selecchy, un compositore teatino del ‘700.

La vera e propria rievocazione inizia a crepuscolo inoltrato. Il primo ad uscire è l’enorme stendardo a lutto dell’Arciconfraternita del Sacro Monte dei Morti. Escono quindi le varie confraternite cittadine, ognuna con il proprio stendardo e crocifisso, alcune con propri simboli, tutte con le lanterne dette “fanali” poste alla sommità di lunghe assi di legno sorrette dagli affiliati alle congreghe, con i confratelli nella mozzetta tradizionale di ciascuna congrega. Salvo la Misericordia, hanno tutti abiti e cappucci bianchi per non confondersi con l’Arciconfraternita. Quindi escono le varie confraternite e quella del Sacro Monte dei Morti con tunica nera, mozzetta gialla e cappuccio nero. Infine è il turno dei Musici e dei Cantori. I componenti dell’Arciconfraternita del Sacro Monte, riempiono quello spazio che separa i membri di una confraternita dall’altra, portando i simulacri rappresentanti i simboli della Passione di Gesù, scortati anche da valletti e Vigili del Fuoco. I Fratelli effettivi circondano il Cristo morto e la Madonna Addolorata. Il passo ritmico dei portatori dei Trofei della Passione e delle statue, detto lo “struscio”, è ritmato dalla “troccola”, uno strumento di legno che durante gli uffici della Settimana Santa sostituisce il suono delle campane.

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Di particolare valore artistico sono la statua dell’Addolorata, che indossa un abito di pesante seta ricamata a fili d’ oro, e la bara del Cristo Morto, ricoperto da un preziosissimo velo trapunto di gioielli. Tradizione vuole che la processione debba sempre svolgersi qualunque siano le condizioni atmosferiche e ambientali. Persino nel 1944, nonostante il divieto emanato dalle truppe di occupazione tedesche di effettuare il sacro corteo, la Processione si svolse ugualmente malgrado il rischio di rastrellamenti. I preparativi della processione iniziano dalla Domenica delle Palme, quando i membri dell’Arciconfraternita vengono convocati nella loro cappella adiacente la cripta di S. Giustino, per ricevere gli abiti di penitenti. Il Mercoledì Santo la priora, moglie del governatore, ha il compito di vestire a lutto la statua della Madonna Addolorata. Il Venerdì Santo in mattinata vengono portati in cattedrale gli Strumenti simbolici della Passione. Toccante e suggestiva, questa rievocazione merita di essere vissuta. Quest’esperienza vi colpirà emotivamente e spiritualmente, e vi condurrà a momenti di riflessione inaspettati.

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Maurizio Bartoli napoletano del 1957, frequenta le montagne abruzzesi dalla nascita. Risiede a Rivisondoli in provincia di L’Aquila, e grazie alla passione ereditata dai genitori ha mosso i primi passi sugli sci a 5 anni, potendo quindi praticare questo sport in diverse località Alpine dalla Val d’Aosta a Livigno con una particolare attenzione per l’Alto Adige, avendo sciato per molti anni tra la Val Badia e altre stazioni Alto Atesine. Grazie a 30 anni di attività di agente di commercio per primarie aziende del settore sportivo, ha acquisito una profonda conoscenza delle attrezzature. Altra cosa è la passione per il territorio abruzzese che sente di adozione, e che frequenta in tutte le stagioni, apprezzandone le peculiarità sotto tutti gli aspetti: sportivi, paesaggistici, culinari e sociali. Grazie alla collaborazione con Tribù Ecosport come redattore della rubrica Piramide Bianca, si è avvicinato all’informazione prettamente dedicata alla neve, e proprio per questa bellissima e gratificante esperienza ha deciso di affrontare il tema della montagna a 360° con Big Mountain.

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