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Oggi, vi narro come nella fantasia popolare è nata la leggenda della catena rocciosa di Costabella nel comprensorio di Monte Baldo.

Era da tempo che non mi dedicavo a cercare favole e leggende di montagna. Queste hanno sempre un fascino misterioso perché ci raccontano la saggezza dei popoli, ci danno modo di tramandare tradizioni antichissime e narrano con il fascino della favola per bambini i perché immaginifici di tante cose. Costabella è una catena rocciosa situata tra la val di Fiemme e la val di Fassa, nel comprensorio trentino del monte Baldo. Ha un aspetto arido e brullo, nonostante sia al centro delle suddette valli, note per la loro vegetazione rigogliosa. Come mai le pendici di questi monti non sono verdi e rigogliose? Ecco che la fantasia e le leggende ci danno una mano.

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Basta dotarsi di immaginazione e di malizia come i bambini, e il gioco è fatto. Si narra che una volta questa catena fosse ricca di vegetazione, con un paese per ogni lato: Solerosso da una parte e Soledoro dall’altra. Ahimè, nonostante la posizione privilegiata di entrambi i paesi, gli abitanti di uno non andavano d’accordo con quelli dell’altro. Litigavano quotidianamente per la supremazia di un paese sull’altro e per i motivi più futili. Pascoli più verdi o più grassi, più sole o più ombra, gerani o garofani migliori, insomma una competizione continua. Un giorno si incontrarono due pastori provenienti da entrambi i paesi. Esaurite le dispute terrene, ebbero l’infausta idea di gareggiare su chi godesse del maggiore splendore della luna. Uno affermava che il Signore non volesse lasciarli al buio di notte, e l’altro perchè scendesse a bagnarsi nel loro laghetto, così che gli abitanti potessero, ben illuminati, pescare pesci e gamberetti. Questa disputa causò una rissa tra i due. Alla fine stanchi di darsele, ognuno tornò al suo paese e raccontò in piazza l’accaduto. Il sindaco di Solerosso propose ai compaesani di salire sul monte, catturare la Luna e portarla più giù così che illuminasse solo loro.

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Si armarono e partirono. Di contro, il podestà di Soledoro propose di aspettare la Luna al lago e catturarla con le reti così da metterla in gabbia per illuminare solo loro. Inutile dire che anche questi, fieri di una infelice ragione, andarono ad armarsi di reti e ami per la pesca. Quella notte fu un delirio che tenne svegli tutti gli abitanti del posto come bruchi, pipistrelli, lucciole e calabroni straniti dal trambusto causato dalle processioni di abitanti di ambo i lati. Quelli di Solerosso, arrivati in cima, si accorsero che la Luna non era affatto a portata di mano per essere catturata come la loro illusione faceva credere.   Decisero quindi di nascondersi nella boscaglia di Soledoro, vicino al lago, e catturarla quando si fosse bagnata nell’acqua. Ovviamente sul posto trovarono i loro antagonisti che si preparavano alla cattura, neanche la Luna fosse un’aragosta, e se ne diedero come sempre di santa ragione. Il trambusto che crearono richiamò l’attenzione della Luna, che incuriosita insieme al suo gregge di stelle, suonò la cornamusa come tutte le mattine e tutti i tramonti per richiamare l’attenzione.

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Nulla da fare, se ne davano tante che non udivano. Allora la Luna incaricò la stella Diana, che scese sulla terra nella sua vestina argentata a informarsi. Provò in tutti i modi ad attirare l’attenzione, quanto meno dei podestà, ma nulla da fare. Sentiva solo gli improperi che si rivolgevano o quanto asserivano circa l’improbabile proprietà della Luna. Stupita e sorridente tornò al cospetto della Luna, e ridendo raccontò tutto quello che aveva visto e sentito, causando risate e ilarità di tutte le stelle presenti. Solo la signora delle notti non rise, e addirittura si incupì e raccolse il viso tra le mani. Allora Diana le chiese il perché del suo dolore. La Luna rispose: perché penso all’egoismo degli uomini. Ognuno vorrebbe per sé, a danno degli altri, le cose buone create dal Signore per tutte le creature.

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Ma questi sciocchi e stupidi pastori avranno la punizione che si meritano. E si ritirò sdegnata. Ecco perché la catena di Costabella è arida. Nessun paese fiorisce tra le sue valli. Nessun uccello fa il nido sulle sue pendici. Le notti lì sono paurose perché la luna, disgustata dalla cattiveria umana, passa veloce su quelle cime, senza penetrare nelle valli e senza scendere a bagnarsi negli stagni. Ovviamente parliamo di leggende, ma come potete vedere, la saggezza popolare, da questo particolare orografico ha tratto lo spunto per un messaggio didattico rivolto non solo ai bambini, ma a tutti quelli che portano avanti battaglie stupide dettate dalla cecità e dall’invidia. Alla prossima favola.

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Maurizio Bartoli napoletano del 1957, frequenta le montagne abruzzesi dalla nascita. Risiede a Rivisondoli in provincia di L’Aquila, e grazie alla passione ereditata dai genitori ha mosso i primi passi sugli sci a 5 anni, potendo quindi praticare questo sport in diverse località Alpine dalla Val d’Aosta a Livigno con una particolare attenzione per l’Alto Adige, avendo sciato per molti anni tra la Val Badia e altre stazioni Alto Atesine. Grazie a 30 anni di attività di agente di commercio per primarie aziende del settore sportivo, ha acquisito una profonda conoscenza delle attrezzature. Altra cosa è la passione per il territorio abruzzese che sente di adozione, e che frequenta in tutte le stagioni, apprezzandone le peculiarità sotto tutti gli aspetti: sportivi, paesaggistici, culinari e sociali. Grazie alla collaborazione con Tribù Ecosport come redattore della rubrica Piramide Bianca, si è avvicinato all’informazione prettamente dedicata alla neve, e proprio per questa bellissima e gratificante esperienza ha deciso di affrontare il tema della montagna a 360° con Big Mountain.

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