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Una delle prime domande anche banale che facciamo da piccoli è: Perché?

Da un po’ di tempo mi ronzano nella testa una serie di pensieri inerenti l’inquinamento e i mutamenti climatici del nostro pianeta. A queste si sono poi aggiunte le notizie dell’incendio delle foreste della Siberia e dell’Amazonia, e l’inquietudine montava.

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Ad agosto di due anni fa ho vissuto in prima persona gli incendi del Vesuvio e del monte Morrone nei pressi di Sulmona in Abruzzo. Sempre più di frequente si ascoltano grida di allarme circa i cambiamenti climatici, e ormai abbiamo la certezza che non dipendono da una naturale evoluzione della vita del pianeta, bensì da quanto il peggior nemico dell’ambiente, ovvero l’uomo, non sta facendo per salvaguardare quello che sarà l’habitat dei nostri figli e dei nostri nipoti. A tutto ciò, aggiungo anche il malessere di chi, da buon vegano, era da me considerato un semplice integralista alimentare, e che guardava con disprezzo tutti quelli che non la pensano come lui. Su di loro mi sono dovuto ricredere, e pur non riuscendo a sposare la loro scelta, oggi dico che hanno ragione, perché il pianeta lo stiamo ammazzando anche a tavola.

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Alla luce di tutto ciò, un bel giorno mentre ero in macchina con una mia amica, vedemmo un “signore” lanciare dal finestrino della sua Panda bianca, un flacone di detersivo presumibilmente vuoto. Io proferii una serie di improperi mentre la mia amica, più serafica e cerebrale, si pose ad alta voce la domanda titolo di questa denuncia: PERCHE’?? Per quale ignoto motivo siamo così poco responsabili? E attenzione: io credo che quest’osservazione vada rivolta a tutti, nessuno escluso. Anche chi crede di essere un paladino dell’ambiente può fare di più. Sono certo di questo, perché quando dopo vi elencherò una serie di dati che mi hanno fatto passare una notte insonne, capirete che chi fa tanto può e deve fare di più, immaginiamoci chi fa poco o nulla come dovrebbe rimboccarsi le maniche. E’ inutile appellarci al solito “le istituzioni dovrebbero………..” sia perché quelle le promuoviamo noi e se nei loro programmi c’è poco e nulla per l’ambiente, siamo noi ad avallarli, e sia perché essendo noi il primo attore della vicenda, nel nostro piccolo facendo e promuovendo la cura dell’habitat anche a sole tre persone, per ognuno potremmo così ottenere un risultato di tutto rispetto. Purtroppo abbiamo chiara la situazione a livello mondiale, dove tutto è mosso da interessi, e se questi sono intralciati dal rispetto dell’ambiente, iniziano battaglie furiose su percentuali e altre balle, per impedire che vengano prese decisioni serie e radicali.

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Come detto sopra, sia l’Amazzonia che la Siberia bruciano, e le cause o dolose o naturali (ci credo poco) riempiranno pagine di giornali o aule di tribunali, ma poco faranno per riparare il danno. Per avere il polso di questi danni mi è bastato vedere oggi a distanza di due anni sia il monte Morrone in Abruzzo, che il Vesuvio in occasione di una recente escursione sul cratere. Danni incalcolabili in uno scenario di totale devastazione ambientale. Oltretutto, spesso o quasi sempre, questi incendi oltre alle piante distruggono anche la fauna locale costretta (se si salva) a fuggire dall’ambiente natale con i relativi rischi. E ahimè spesso esiste anche l’estinzione per alcune razze autoctone. In entrambe i casi la cosa più triste è che ci sono pesanti sospetti di dolo. La deforestazione a livello globale sta generando un grosso problema al nostro ecosistema. L’abbattimento di grosse quantità di foresta è dovuto, o alla necessità di legno sempre crescente specie in alcune aree del pianeta, o al sempre crescente bisogno di colture intensive ed estensive. Aggiungiamo il danno che fanno gli incendi e il disastro è compiuto. Non dimentichiamo che gli alberi con la loro funzione di fotosintesi clorofilliana, trasformano l’anidride carbonica (che produciamo in quantità) in ossigeno. La carenza di quest’ultimo alimenta l’effetto serra sull’atmosfera, e conseguentemente l’innalzamento della temperatura globale che favorisce lo scioglimento dei ghiacciai.

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Questo causa l’aumento della temperatura dell’acqua e in un futuro non lontano anche un aumento del livello del mare stesso a danno di interi ecosistemi marini e terrestri. Di pari passo però con l’aumento della temperatura del pianeta, arretreranno (cosa già in atto) i ghiacciai e avanzeranno i deserti. Insomma lo scenario apocalittico di film come Day After Tomorrow, potrebbe non essere tanto inverosimile. Tutto questo ci rende più vulnerabili all’inquinamento globale. Pensate che un recente studio OMS, ha rivelato che 9 persone su 10 sul pianeta sono esposte ad alti livelli di agenti inquinanti. Questa esposizione causa ogni anno 7 milioni di morti. I continenti più inquinati risultano essere Asia e Africa dove avvengono il 90% delle morti collegate al fenomeno. Vogliamo poi parlare dell’inquinamento da plastica? Siamo talmente lungimiranti da aver inventato un materiale poco biodegradabile e lo abbiamo utilizzato per il monouso. Vi sembra un controsenso? La produzione di questa è passata dai 15 milioni di tonnellate del 1964 ai 310 milioni attuali. Sappiate che nel 2025 avremo in mare una tonnellata di plastica per ogni 3 tonnellate di pesce. Eh sì, perché questo materiale di cui ne abbiamo prodotti 8,3 miliardi di tonnellate abbiamo ben pensato di buttarne in natura 6,3 miliardi, mari compresi, oltre alle discariche. E lì resteranno. Mica tutti fanno come gli anziani della casa comunale di Collarmele in Abruzzo, che hanno usato un anno di bottiglie per fare un albero di Natale alto sette metri, e lo conserveranno per gli anni a venire.

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La plastica costituisce il terzo materiale umano prodotto dopo acciaio e cemento. Capirete quale sia la minaccia per gli ecosistemi, con un rischio costante per biodiversità, ambiente, economia e salute. Altra causa di inquinamento che fino a prima di leggere Dataroom di Report, ovvero Milena Gabbanelli (non parliamo di ultimi arrivati), avrei sottovalutato, sono gli allevamenti intensivi. Pensate che gli allevamenti intensivi producono nella nostra penisola il 15,1% di particolato PM2.5 immediatamente dopo il 38% del riscaldamento. L’industria produce l’11,1% e l’autotrazione il 9%.  Il PM che producono gli allevamenti è quello chiamato secondario, e che disperso nell’aria produce ammoniaca. Questa combinata con altri componenti genera le famose polveri sottili. E sapete qual è la cosa più incredibile? Nonostante i danni che questi allevamenti arrecano all’ambiente, i soldi pubblici continuano a foraggiare quest’industria. Si perché i fondi PAC (politica agricola comune) rappresentano circa il 39% del bilancio UE, e nonostante queste attività letali emettano montagne di ammoniaca, a più della metà delle aziende europee vengono concessi finanziamenti, e in Italia è più del 67% delle aziende che gode di questi benefici. Il quadro è devastante e non esclude alcun ambito. Sul tetto del mondo, ovvero l’Himalaya, si sono raccolte in tre settimane tre tonnellate di rifiuti abbandonati dalle moltissime spedizioni, nel corso di un intervento volontario per restituire decoro ad una delle parti più remote e incontaminate del pianeta. Ma la strada è ancora lunga perché nonostante gli alpinisti vivono di e nella natura, spesso sono distratti e non curanti dell’ambiente.

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Si sono trovate tende, bombole di ossigeno, materiali da imballaggio, plastiche varie e tanto altro. L’obiettivo è di raccogliere 10 tonnellate di rifiuti nei prossimi due mesi. Spero di non avervi annoiato, ma l’impellenza di passare il messaggio, e la drammaticità dello stesso, mi hanno costretto ad abusare della vostra pazienza. Big Mountain non si ferma qui, e si impone di affrontare il tema con una certa frequenza. Vi annuncio che a breve, proprio nell’ambito della salvaguardia dell’ambiente, ci rilascerà un’intervista il colonnello del Carabinieri Forestali Luciano Sammarone, appena nominato direttore del Parco Nazionale d’Abruzzo. Con lui faremo una lunga chiacchierata sui programmi del Parco, ma soprattutto, essendo lui a capo attualmente del nucleo Carabinieri Forestali per la biodiversità, toccheremo vari temi di salvaguardia dell’ambiente. A presto cari amici.

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Maurizio Bartoli napoletano del 1957, frequenta le montagne abruzzesi dalla nascita. Risiede a Rivisondoli in provincia di L’Aquila, e grazie alla passione ereditata dai genitori ha mosso i primi passi sugli sci a 5 anni, potendo quindi praticare questo sport in diverse località Alpine dalla Val d’Aosta a Livigno con una particolare attenzione per l’Alto Adige, avendo sciato per molti anni tra la Val Badia e altre stazioni Alto Atesine. Grazie a 30 anni di attività di agente di commercio per primarie aziende del settore sportivo, ha acquisito una profonda conoscenza delle attrezzature. Altra cosa è la passione per il territorio abruzzese che sente di adozione, e che frequenta in tutte le stagioni, apprezzandone le peculiarità sotto tutti gli aspetti: sportivi, paesaggistici, culinari e sociali. Grazie alla collaborazione con Tribù Ecosport come redattore della rubrica Piramide Bianca, si è avvicinato all’informazione prettamente dedicata alla neve, e proprio per questa bellissima e gratificante esperienza ha deciso di affrontare il tema della montagna a 360° con Big Mountain.

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