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Tutti sappiamo che il Gran Sasso d’Italia è la montagna più alta degli Appennini ma in tanti non conosciamo un primato.

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Gente strana noi italiani, che ci appassioniamo ai record, alle sfide, ai primati più disparati e poi ci perdiamo magari tra le nostre stesse carte. Viviamo un territorio che ci viene invidiato da mezzo mondo per geografia, clima, cultura, storia, tradizioni e tanto altro . In quanti avremmo pensato, almeno una volta, che se questo territorio fosse stato di altri sarebbe stato valorizzato tanto di più di come lo è adesso? Posso essere d’accordo per quanto riguarda l’incuria e l’irresponsabilità di chi abbiamo delegato a governarci, ma forse, se ci fermiamo a pensare bene, l’Italia è così proprio perché abitata da noi che siamo come siamo.

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Una cosa però non riesco a perdonare al sottoscritto e ai miei compaesani: di non essere sempre edotti sulle ricchezze e la storia del Bel Paese. Di chi è la colpa? Non basterebbe un trattato per attribuire in modo equo le responsabilità, e siccome ognuno deve fare il proprio mestiere, io mi limito alla pura e libera espressione e non vado oltre. Veniamo al Gran Sasso e a quello che non tutti sanno. È una montagna bellissima, ricca di storia e ospita una natura incontaminata. È visibile a distanza da tanti punti dell’Abruzzo e come tutte le montagne alte e rocciose come lei, è meta di escursionisti e scalatori, grazie alle sue pendici che offrono anche passaggi di media difficoltà. Tutto ciò incentiva quello sport bellissimo e impegnativo che è l’alpinismo.

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Oggi è uno sport, ma in tempi lontani era una pratica indispensabile agli abitanti di zone montane, per trasferirsi da un lato all’altro delle cime. Di conseguenza risulta difficile individuare chi abbia inventato l’alpinismo sportivo, ma si potrebbero ricercare solo grazie a storici o cronache lontane, personaggi come Balmat e Paccard che nel 1786 violarono la cima del Monte Bianco. Oppure nel 1492 (Colombo nel frattempo scopriva l’America) quando il monte Aiguille veniva scalato da De Ville e i suoi soldati. Tutto giusto ma uno dei pionieri dell’arrampicata sportiva a puri scopi di conoscenza pare sia stato un tale ingegnere Francesco De Marchi di Bologna che nel 1573 scalò il Corno Grande del Gran Sasso d’Italia. Questo signore, pare fosse un personaggio molto attivo e intraprendente dell’epoca.

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Ingegnere militare, balzato agli onori della cronaca per aver progettato e realizzato fortezze militari, pare che avesse all’attivo diverse imprese. Si immerse nel lago di Nemi alla ricerca delle grosse navi che Caligola aveva fatto portare lì e le trovò, ed essendo grosso appassionato di montagna e di speleologia si dedicò ad un approfondita conoscenza dei monti Sibillini. Molte di queste imprese furono possibili grazie alla sua fedeltà a Margherita d’Austria, figlia di Carlo V d’Asburgo e precoce vedova di Alessandro de Medici, che da brava governatrice perpetua dell’Aquila gli permise di soggiornare a lungo in Italia centrale. Nell’agosto del 1573, in compagnia di un amico, di un cacciatore di Camosci di Assergi come guida e di due fratelli che fungevano da portatori, decise l’impresa del Corno Grande. Il 19 agosto, con non poca fatica, coronò i suoi sforzi attraverso quella che oggi è chiamata “la via normale al Gran Sasso”.

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Sono singolari anche le parole da lui annotate sui diari con l’inflessione dell’epoca: mirando all’intorno, pareva io fussi in aria. La quota di 2.912 m s.l.m. era cospicua e pareva si trovasse sul tetto del mondo. Non contento dell’impresa il giorno dopo esplorò la Grotta a Male vicino ad Assergi, lasciando anche per questa impresa un ricordo scritto singolare: delli luoghi che con la panza per terra bisogna passare. Era talmente angusto l’ingresso che il sottoscritto avrebbe avuto non poche difficoltà. Ad oggi resta ancora visibile la croce che il De Marchi disegnò sul fondo di questa grotta. Ahimè l’ingegnere si spense tre anni dopo a L’Aquila e della sua impresa per tre secoli se ne persero le tracce. In un archivio dell’Aquila ai primi del novecento ai margini di un suo trattato “Della Architettura Militare” fu scoperta la cronaca di quest’impresa che ha, a mio avviso, del sensazionale.

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Il Gran Sasso è al centro del Parco nazionale Gran Sasso e Monti della Laga, un territorio oggi tutelato da molte istituzioni sia per scopi faunistici che paesaggistici. Si potrebbe parlare a lungo delle risorse della zona che varrebbe la pena conoscere, ma oggi mi limito ad indicarvi due borghi della zona, che se decidete di raggiungere, non potete perdervi. Si tratta di Pietracamela e Castelli. Il primo è un piccolo centro di antichissime origini, con innumerevoli costruzioni in pietra viva e diversi monumenti da visitare, oltre ai tanti architravi a vista fregiati di stemmi gentilizi. Al suo territorio appartiene la stazione sciistica di Prati di Tivo punto di riferimento del teramano. Oltre alla sua bellezza da Pietracamela partono molte escursioni sino a Campo Imperatore sul Gran Sasso.

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A Castelli il richiamo maggiore è dato dalla lavorazione della ceramica, portata avanti sapientemente ancora oggi, da famiglie che tramandano la tradizione da generazioni, secondo rigide regole. Queste regole consento tutt’oggi di avere un prodotto di pregio, ad un ottimo rapporto qualità/prezzo. Pensate che una collezione di ceramiche di Castelli è presente anche all’Hermitage di San Pietroburgo. Da Castelli parte un’escursione al Gran Sasso attraverso Farindola, percorrendo la triste strada di Rigopiano con un dislivello di 1200 m che offre visioni bellissime del monte Camicia e che ci porta al versante meridionale di Campo Imperatore.

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Per entrambi questi centri passa l’Ippovia del Gran Sasso che è un itinerario escursionistico ad anello di circa 300 km, varianti comprese, attorno alla montagna e percorribile a piedi, a cavallo o in bike. È un bellissimo percorso che attraversa, oltre a Pietracamela e Castelli, gli altri comuni prospicienti il Gran Sasso delle provincie di Pescara, l’Aquila e Teramo. Oggi non vi ho dato solo un consiglio, ma una serie di indicazioni, e con l’arrivo della buona stagione spero ne facciate tesoro. Mi raccomando di consultare sempre chi in loco possa o accompagnarvi o indicarvi i percorsi migliori. Oggi abbiamo la tecnologia e impariamo a sfruttarla. Ma soprattutto fatemi sapere se i consigli vi sono piaciuti.

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Maurizio Bartoli napoletano del 1957, frequenta le montagne abruzzesi dalla nascita. Risiede a Rivisondoli in provincia di L’Aquila, e grazie alla passione ereditata dai genitori ha mosso i primi passi sugli sci a 5 anni, potendo quindi praticare questo sport in diverse località Alpine dalla Val d’Aosta a Livigno con una particolare attenzione per l’Alto Adige, avendo sciato per molti anni tra la Val Badia e altre stazioni Alto Atesine. Grazie a 30 anni di attività di agente di commercio per primarie aziende del settore sportivo, ha acquisito una profonda conoscenza delle attrezzature. Altra cosa è la passione per il territorio abruzzese che sente di adozione, e che frequenta in tutte le stagioni, apprezzandone le peculiarità sotto tutti gli aspetti: sportivi, paesaggistici, culinari e sociali. Grazie alla collaborazione con Tribù Ecosport come redattore della rubrica Piramide Bianca, si è avvicinato all’informazione prettamente dedicata alla neve, e proprio per questa bellissima e gratificante esperienza ha deciso di affrontare il tema della montagna a 360° con Big Mountain.

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