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La “juta”, ovvero andata, a Montevergine è una bellissima occasione per scoprire insieme un territorio fantastico.

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Ieri con l’equinozio iniziava la primavera (nonostante il tempo), finisce il letargo invernale e prende il via la stagione ottimale per tornare a contatto con la natura e conoscere posti nuovi. La mia ispirazione, ha deciso di guidarvi in un’area che conosco bene per vicinanza e personale devozione alla Madonna di Montevergine vicino ad Avellino. Il turismo religioso ha sempre più seguaci, ma in questo caso si tratta di un’escursione che non ha solo una vocazione di fede. Visitare Montevergine, ci permette di conoscere anche l’area circostante del Parco Regionale del Partenio. Ma andiamo per gradi. Questo santuario, visitato ogni anno da circa un milione e mezzo di pellegrini provenienti dal sud Italia e non solo, è raggiungibile in auto con la A16 da Napoli o dalla Puglia, uscendo ad Avellino ovest direzione Mercogliano.

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È infatti questo il comune di pertinenza della basilica. Da qui, si può continuare o con una comoda funicolare che in 6 minuti ci porta in cima, o attraverso le numerose ma panoramiche curve della strada che ci condurrà fino al piazzale antistante il complesso ad un’altitudine di 1270 m s.l.m. La sua origine risale al 1126 quando ci fu la prima consacrazione come chiesa, e il fondatore fu Guglielmo da Vercelli. Guglielmo di rientro da Santiago de Compostela decide di recarsi a Gerusalemme, ma a Ginosa viene malmenato da un gruppo di briganti. Decide allora di ascoltare il consiglio di Giovanni da Matera e di dedicarsi al servizio divino nelle terre del meridione d’Italia. Si stabilisce quindi in una cella sul monte Partenio, in pura contemplazione dell’Altissimo e della vergine Maria, in una conca tra due crinali dove oggi sorge il santuario. Si fonda così una piccola comunità di frati detta Virginiana dedita alla terra e all’assistenza ai poveri e agli ammalati.

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La basilica è composta di una chiesa antica dove oggi è tornato il quadro della Madonna bruna, e di una chiesa nuova inaugurata nel 1961 per contenere il crescente numero di pellegrini. Qui potrete trovare una farmacia risalente al 1753, una biblioteca, un polo museale e una sala ex voto necessaria per il gran numero di testimonianze che i fedeli donano alla Vergine. La basilica è una delle 6 abbazie territoriali italiane, ed è monumento nazionale. In essa durante la seconda guerra mondiale fu nascosta la Sacra Sindone a cui era fortemente interessato Hitler, e per un periodo furono custoditi anche i resti di San Gennaro, poi restituiti al duomo di Napoli. Veniamo adesso al folclore, che è colorato e unico nel suo genere. I pellegrinaggi alla “mamma Schiavona” così soprannominata dai fedeli, risalgono a tempi antichissimi. Da molte località del sud, ma specie da Napoli, partivano addirittura su carri e carrozze a trazione animale che venivano addobbati in modo anche fuori dalle righe proprio per sottolineare l’aria di festa che queste trasferte avevano. Tutto l’anno la strada è affollata di pellegrini, ma l’usanza si è conservata, e tutt’oggi ci sono rievocazioni di queste trasferte specie in due occasioni: a settembre, mese dedito alla Vergine, e alla Candelora a febbraio.

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Nella prima le donne in cerca di marito durante la salita intrecciano rami di ginestra che porteranno l’anno dopo sciolti alla madonna, accompagnate dal futuro marito. A febbraio invece c’è la “Juta dei femminielli”. La madonna di Montevergine è la protettrice di tutti gli omosessuali. Narra una leggenda che due omosessuali scoperti ad amarsi, durante una bufera di neve, furono legati a un albero e bloccati da lastre di ghiaccio. La Vergine mossa a compassione, e per dimostrare che l’amore non ha preclusioni, fece apparire nella tormenta un raggio di sole che sciolse il ghiaccio e liberò i poveri malcapitati. Da allora ogni anno a febbraio gli omosessuali vanno in pellegrinaggio a Montevergine accompagnando il cammino con canti e musiche. Fin qui la doverosa descrizione religiosa, ma non bisogna dimenticare che la basilica è situata nel bel mezzo del Parco Regionale del Partenio. Istituito nel 2002, occupa una superficie di 14.870 ettari e comprende 22 comuni della regione, prevalentemente tra le provincie di Avellino e Benevento. Questo parco che annovera anche diversi corsi d’acqua conserva territori incontaminati tranquillamente esplorabili.

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Le escursioni (sempre meglio se accompagnate) sono concordabili o in rete o in loco e offriranno alla vista scorci incantevoli. Inoltre, poco sopra la basilica, per anni è stata attiva una base NATO che ufficialmente custodiva sistemi radio di collegamento per l’area mediterranea. Questi sistemi superati dalla tecnologia satellitare, hanno reso la base obsoleta ma su di essa se ne sono dette tante sia come deposito di armamenti per la guerra fredda, che come punto di partenza per eventuali interventi in zona di forze speciali. Ovviamente, essendo tutto tutelato dai servizi di sicurezza italiana, ma soprattutto statunitensi, non è dato sapere la verità. Oggi il tutto è un semplice ricordo e pare che lì ci siano solo antenne radio di varie funzioni, così che possiamo godere di questo angolo di natura incontaminata nel bel mezzo della verde Irpinia. Questa escursione ve la consiglio vivamente, per conciliare un pellegrinaggio che sazierà ampiamente lo spirito, e una escursione in un territorio che non molti conoscono, ma che ha tanti numeri per affermarsi, se solo venisse promosso per quanto merita.

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Maurizio Bartoli napoletano del 1957, frequenta le montagne abruzzesi dalla nascita. Risiede a Rivisondoli in provincia di L’Aquila, e grazie alla passione ereditata dai genitori ha mosso i primi passi sugli sci a 5 anni, potendo quindi praticare questo sport in diverse località Alpine dalla Val d’Aosta a Livigno con una particolare attenzione per l’Alto Adige, avendo sciato per molti anni tra la Val Badia e altre stazioni Alto Atesine. Grazie a 30 anni di attività di agente di commercio per primarie aziende del settore sportivo, ha acquisito una profonda conoscenza delle attrezzature. Altra cosa è la passione per il territorio abruzzese che sente di adozione, e che frequenta in tutte le stagioni, apprezzandone le peculiarità sotto tutti gli aspetti: sportivi, paesaggistici, culinari e sociali. Grazie alla collaborazione con Tribù Ecosport come redattore della rubrica Piramide Bianca, si è avvicinato all’informazione prettamente dedicata alla neve, e proprio per questa bellissima e gratificante esperienza ha deciso di affrontare il tema della montagna a 360° con Big Mountain.

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