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La storia di papa Celestino V, protagonista della “Perdonanza”, nasce negli eremi del massiccio della Majella e del monte Morrone.

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Sentendomi abruzzese di adozione, da sempre mi ha affascinato la figura di questo santo eremita nato agli inizi del XIII secolo in Abruzzo. Pietro Angelerio (divenuto poi Celestino V) aveva passato gran parte della sua vita come eremita sul monte Morrone, e qui aveva fondato un ordine monastico guadagnandosi anche l’odore di santità. Le notizie di quei tempi ci arrivano in modo controverso grazie a testimonianze di chi le ha sapientemente tramandate, nonostante subisse l’influenza e il condizionamento di terzi. Insomma non è cambiato molto rispetto a oggi, nonostante i mezzi mediatici siano estremamente più efficaci. Da santo eremita, e grazie alla fama che si era conquistato, Pietro da Morrone il 5 luglio 1294 viene eletto Papa con grande gioia e speranza del mondo cristiano. Purtroppo i fatti non andarono come le aspettative. La sua elezione da parte del conclave pare fosse definita come una necessità di pura transizione, sia per l’età avanzata dell’eremita (ben 82 anni), sia perché i poteri forti della chiesa di allora pensavano di poterlo manipolare facilmente. Infatti Celestino V non riuscì nemmeno ad arrivare a governare la chiesa da Roma vuoi per l’interferenza di Carlo d’Angiò e vuoi per il suo legame con l’Aquila e la basilica di Collemaggio da lui fondata.

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Qui fu incoronato Papa il 29 agosto del 1294, e iniziò ad adempiere alla sue funzioni da questa sede inusuale dove istituì anche la famosa Perdonanza che tuttora viene celebrata ogni anno in ricorrenza della sua elezione a pontefice. Da qui a poco il pontificato si trasferisce a Napoli presso la corte dei angioina. Non reggendo a simili pressioni che non riescono a fargli esercitare il suo potere spirituale, e influenzato dal cardinale Benedetto Caetani, che gli succederà al soglio Come Bonifacio VIII, il 13 dicembre dello stesso anno legge l’atto di rinuncia. Purtroppo non riesce a tornare al suo eremo come avrebbe voluto, perché Bonifacio lo tiene a se, e addirittura lo fa rinchiudere nel castello di Fumone nel cuore della Ciociaria, dove il 19 maggio del 1296 muore. Da subito si parlò di fenomeni miracolosi, ma per la canonizzazione si deve attendere il 5 maggio 1313 quando Clemente V ad Avignone lo proclama Santo. Ma udite udite: non viene fatto santo il Papa bensì l’eremita. Per fortuna la storia gli ha dato ragione, e il suo rifiuto, visto all’inizio come segno di vigliaccheria, nel corso dei tempi è apparso come un’azione di coraggio nei confronti di un potere non potuto esercitare per troppe ingerenze esterne, ma anche interne alla curia stessa. L’eredità che oggi ci interessa, oltre sicuramente a quella spirituale, sono gli eremi che questo Papa ha praticato durante i tanti anni di ritiro tra le sue montagne. Gli eremi non furono fondati da Pietro Angelerio ed erano abbandonati da tempo, ma lui li usò come rifugio e come luogo di raccoglimento e avvicinamento all’Altissimo. Il primo e più difficile da raggiungere è quello di San Giovanni all’Orfento, scavato in una grotta e con una accesso difficoltoso. Costituito da pochi locali interni, il suo accesso impone molta attenzione.

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Vi si arriva dalle gole del fiume Orfento vicino Caramanico. L’eremo di Sant’Onofrio al Morrone invece, ha accesso dalla Badia di Sulmona, ed è più facile da raggiungere attraverso sentieri contornati di ginestre. Distrutto durante l’ultima guerra, è stato ristrutturato e sembra incastonato nella roccia. Il santo vi soggiornò per un anno prima del pontificato. L’eremo di Santo Spirito a Majella è il più grande di tutti. Diviene monastero nel 1263 perché Pietro da Morrone lo elegge a casa madre del suo ordine monastico. È stato ricostruito dopo la soppressione dell’ordine dei Celestini, ed oggi è monumento nazionale. L’eremo di San Bartolomeo in Legio è interamente incassato in una parete di roccia e ha un camminamento d’ingesso molto caratteristico e frequentemente immortalato. Rinomati i festeggiamenti del 25 agosto, quando la statua San Bartolomeo, qui custodita, viene portata a spalla dai fedeli fino al comune di Roccamorice. Questi 4 eremi sono tutti situati alle falde della Majella e del monte Morrone e sono visitabili o con spirito di avventura in solitaria facendo attenzione alle basilari norme di sicurezza, o meglio ancora affidandosi alle tante guide del posto che organizzano visite guidate alla scoperta di questi e altri tesori che l’Abruzzo non smette mai di offrire.

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Maurizio Bartoli napoletano del 1957, frequenta le montagne abruzzesi dalla nascita. Risiede a Rivisondoli in provincia di L’Aquila, e grazie alla passione ereditata dai genitori ha mosso i primi passi sugli sci a 5 anni, potendo quindi praticare questo sport in diverse località Alpine dalla Val d’Aosta a Livigno con una particolare attenzione per l’Alto Adige, avendo sciato per molti anni tra la Val Badia e altre stazioni Alto Atesine. Grazie a 30 anni di attività di agente di commercio per primarie aziende del settore sportivo, ha acquisito una profonda conoscenza delle attrezzature. Altra cosa è la passione per il territorio abruzzese che sente di adozione, e che frequenta in tutte le stagioni, apprezzandone le peculiarità sotto tutti gli aspetti: sportivi, paesaggistici, culinari e sociali. Grazie alla collaborazione con Tribù Ecosport come redattore della rubrica Piramide Bianca, si è avvicinato all’informazione prettamente dedicata alla neve, e proprio per questa bellissima e gratificante esperienza ha deciso di affrontare il tema della montagna a 360° con Big Mountain.

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