La torre di Feudozzo

Che le gestioni pubbliche non siano sempre efficienti è noto, ma l’azienda Torre di Feudozzo ci dimostra che è possibile il contrario.

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Grazie alla nostra collaborazione con i Carabinieri Forestali e al colonnello Luciano Sammarone, amico da tempo di Big Mountain, ho potuto mettere il naso in questo raro esempio di efficienza e funzionalità.

feudozzo-carabinieri-forestali-cavallo-persano-bigmountain-montagna (40)L’azienda è situata a cavallo tra Abruzzo e Molise nei pressi di San Pietro Avellana dopo Castel di Sangro a 932 mt s.l.m. ed è affidata ai Carabinieri Forestali per il recupero della razza del cavallo Persano. È  un antico sito di caccia di origine borbonica. Carlo III di Borbone lo utilizzava per evidenti scopi ludici ed in particolare per la caccia, essendo immerso in un territorio di rara bellezza. Successivamente, i Savoia tentarono di fare tabula rasa di quanto fatto dagli spagnoli e quindi l’azienda per anni fu abbandonata o affidata in mani poco esperte che la utilizzarono solo come allevamento non ben identificato di bovini. Il secondo conflitto mondiale la distrusse quasi completamente trovandosi proprio sul fronte di avanzata degli alleati. Per fortuna, l’azienda nel 1977 entra a far parte delle disponibilità demaniali affidate alle regioni, viene quindi ricostruita cercando di preservare l’architettura originaria. Affidata alle cure dell’allora Corpo Forestale dello Stato, diventa un allevamento all’avanguardia di bovini, in cui gli esemplari, già negli anni 80, erano dotati di collare con microchip che permetteva al computer di assegnare la giusta quantità di mangime per le necessità e lo stato dell’animale. L’azienda inoltre era dotata di caseificio per la trasformazione e di conseguenza era economicamente autonoma.

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A causa di una brutta epidemia di brucellosi, nel 1995 fu costretta però a cessare l’attività e i 270 capi presenti furono macellati e distrutti. Dopo la bonifica fu destinata a un progetto di recupero di razze italiane bovine in via di estinzione come l’Agerolese, la Burlina, la Modicana e la Reggiana. Questo nobile intento però, a causa degli ahimè sempre esistiti conflitti burocratici della macchina statale, si dovette arrestare per incompatibilità tra il Corpo Forestale e la produzione lattiero-casearia. Grazie all’opera di un grande personaggio appartenuto al Corpo Forestale dello Stato, il dottor Potena, questa struttura riuscì a risorgere, venendo destinata come ancora è oggi, al recupero della razza del cavallo Persano. Questa razza, insieme alle altre due autoctone italiane che sono la Murgese e la Maremmana, è quella tra le 3 che ha migliori doti di affidabilità e versatilità di impiego.feudozzo-carabinieri-forestali-cavallo-persano-bigmountain-montagna (39)

Nasce infatti da incroci di cavalli arabi, spagnoli e italiani e gode di mantelli sauri, grigi e morelli. Con un organico di militari e civili, e strutture interne che la rendono completamente autonoma, quest’azienda curata oggi dai Carabinieri forestali, è a mio parere un fiore all’occhiello dell’amministrazione statale. Vi sono ospitati circa 50 cavalli di cui 28 persani 4 asini e il restante tra murgesi e animali sotto sequestro affidati per maltrattamenti (gli imbecilli non mancano mai), per sottrazione alla criminalità organizzata o addirittura per corse clandestine purtroppo ancora frequenti. Inoltre, La Torre di Feudozzo ha anche una struttura interna di accoglienza spesso usata da scolaresche per settimane didattiche e dotata anche di un percorso con laghetto visitabile sempre e comunque.

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Raro nel suo genere vi si trovano anche infrastrutture dedicate interamente ai diversamente abili. Insomma, io consiglio casomai vi trovaste in zona aquilana o molisana, di farci un pensierino a visitarla. Mi raccomando: per visitarla bisogna contattare il reparto Carabinieri Forestali per la biodiversità a Castel di Sangro n°0864845938 e non ve ne pentirete. Sarebbe bello poter constatare che il danaro pubblico qualche volta viene ben speso, e poter ammirare questi splendidi animali curati in modo esemplare dai Carabinieri Forestali che si adoperano per la conservazione di una razza che è un patrimonio tutto italiano.




L’oro rosso d’Abruzzo, lo zafferano dell’Aquila dop

Lo zafferano coltivato nelle terre aquilane, l’oro rosso d’ Abruzzo è una delle spezie più pregiate in assoluto.

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La sua produzione segue pratiche che si tramandano di generazione in generazione. I magnifici fiori di croco sbocciano solo per un breve periodo dell’anno, e la sua coltivazione è possibile solo in pochi luoghi al mondo. Lo spettacolo della fioritura è davvero straordinario con i campi tappezzati di magnifici fiori viola. In Abruzzo si organizzano tour nel mese di ottobre alla scoperta di questa nobile spezia per scoprire e apprezzare le varie fasi della produzione. La più scenografica è quella della fioritura e del raccolto. Sull’altopiano di Navelli questa spezia, importata in Italia dalla Spagna grazie al monaco domenicano Santucci nel 1230, trova le condizioni micro climatiche ideali.

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L’altopiano gode di estati asciutte ma non secche e primavere piovose ma non eccessivamente fredde; inoltre il terreno è ricco di minerali e la pendenza evita il ristagno di acqua e di umidità. Per queste caratteristiche, viene considerato il migliore al mondo per qualità, tanto da essere definito l’oro rosso di Navelli. Proprio in questo periodo, a metà ottobre ha luogo la fioritura e quindi la raccolta. I campi vengono arati in primavera ad una profondità di 30 cm e fertilizzati esclusivamente con concime animale, senza uso di altri fertilizzanti.  I terreni sono sottoposti a rotazione e non si semina mai nello stesso punto per due anni di seguito. In estate i bulbi della stagione precedente vengono dissotterrati a mano. Una volta dissotterrati, i bulbi vengono svestiti del vecchio residuo e controllati accuratamente per verificarne lo stato di salute. Dopo questa operazione il bulbo viene trapiantato nelle porche, appositi solchi preparati nel terreno. Ogni bulbo produrrà tre o quattro fiori.

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Alle prime luci dell’alba prima che i fiori si aprano, i raccoglitori si recano sui campi, e con mani esperte procedono alla raccolta nel modo più attento e delicato possibile.  Ecco perché il costo dei preziosi stimmi di zafferano è così elevato. Successivamente viene effettuata la sfioratura cioè vengono estratti i tre stammi rossi che costituiscono il cuore del fiore, la preziosa spezia tanto apprezzata in cucina. La fase della lavorazione però non si ferma qui, gli stammi vengono sistemati in un apposito setaccio e appesi per circa 20 minuti in un camino con della brace di legno di mandorlo o di quercia. Questa fase detta tostatura, consente di conservare l’aroma e il tipico colore rosso, ma fa diminuire il peso del prodotto di circa 5/6 volte. Occorrono circa 5oo ore di lavoro per ottenere 1 kg di di zafferano e circa 250.000 fiori. Oltre al più noto uso in cucina, il Crocus Sativus, questo è il suo nome scientifico, vanta innumerevoli proprietà curative, infatti i principi attivi presenti in questa pianta agiscono beneficamente sul sistema nervoso regolando l’umore e il sonno. Grazie alle proprietà antiossidanti dei carotenoidi in esso presenti, lo zafferano ha effetti benefici sulla memoria e sull’apprendimento, inoltre sono allo studio anche effetti benefici per la cura del morbo di Alzheimer.

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Una recente ricerca condotta da un gruppo di studiosi, in collaborazione con l’Università degli Studi dell’Aquila, ha fatto emergere che lo zafferano ha notevoli effetti sui geni che regolano le prestazioni delle cellule responsabili della vista. In commercio lo zafferano è disponibile macinato in bustine già dosate, oppure in barattolo con i filamenti ancora integri. Per i consumatori la regola numero uno è però di fare attenzione alle imitazioni e contraffazioni in circolazione, cercando ogni volta la garanzia della zona di produzione e provenienza. Tanti sono i motivi per apprezzare l’oro rosso d’ Abruzzo siano essi un ottimo risotto alla milanese o uno scopo terapeutico, in entrambi i casi ne avremo solo effetti positivi.

a cura di Sabina Sartorelli




L’abruzzese forte e gentile, ma non troppo

Emblema dell’Abruzzo pastorale, il pastore abruzzese maremmano è una razza canina di rara bellezza dal pelo bianco, soffice e abbondante e dal carattere forte e gentile.

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Fiero, diffidente e impavido come ogni buon abruzzese che si rispetti, è fortemente legato al territorio un po’ come il suo omologo umano. Sicuramente il suo segno distintivo non è l’ubbidienza cieca o la sottomissione totale, piuttosto lo sono la fedeltà, il coraggio e la grande dedizione. Non è un cane che si lascia comandare passivamente, poiché dotato di enorme fierezza e dignità e anche di un innato senso di responsabilità verso tutto ciò che deve proteggere, siano essi greggi, proprietà o persone. E’ dotato di un ottimo equilibrio nervoso che gli consente di controllare le proprie reazioni di fronte a stimoli diversi. Forte e cosciente della sua stazza è normalmente calmo, basta non invadere il suo territorio che osserva e custodisce con attenzione e scrupolo.

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Dotato di un’intelligenza pronta, è capace di prendere decisioni in autonomia come ad esempio scortare un animale ferito o proteggere una pecora durate la delicata fase del parto. Grazie alle caratteristiche del loro pelo, amano stare sotto le intemperie. La storia di questa razza è antichissima, nota già ai tempi dei Romani, utilizzata soprattutto come lo è ora per proteggere le greggi dagli assalti dei lupi e degli orsi. Proprio per questo motivo fu selezionata questa razza dalla livrea candida non confondibile con i predatori.

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Da sempre la terra d’Abruzzo è legata al rito della transumanza, cioè lo spostamento delle greggi in autunno verso i pascoli pugliesi, per poi ritornare poco prima dell’estate. Tutto questo avviene lungo il “Tratturo Magno” che con i sui 244 km e la sua vasta rete di strade battute collega la Basilica di Collemaggio alle pianure foggiane. Indispensabile per guidare e proteggere il gregge nei suoi spostamenti, il pastore abruzzese è diventato parte integrante della cultura pastorale e per gli stessi motivi è da sempre stato scelto per proteggere gli animali nelle masserie disseminate su tutto il territorio. I tempi sono cambiati, ma l’amore tra l’Abruzzo e il suo cane è rimasto, indissolubilmente uniti da un legame atavico e viscerale.

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L’animale che protegge le greggi è sempre presente, ma sempre più spesso è un fiero ed efficiente animale domestico che protegge con amore il suo capitale umano. A conferma di quanto sopra ho voluto conoscere di persona chi a questa razza ha legato affetti e lavoro. Sono stato a Paganica in provincia dell’Aquila per conoscere Vincenzo che è un pastore proprietario di Giorgio di cui vedete le foto. Giorgio è ormai anziano con ben 13 anni di vita vissuta tra combattimenti con lupi e accoppiamenti con cani venuti da mezza Italia. È un esemplare fiero e maestoso che nonostante l’età gode ancora del suo carisma e da solo provvede alla sicurezza della stalla.

giorgio

Vincenzo mi ha aperto le porte di casa sua come tutti gli abruzzesi doc e mi ha raccontato tante storie di Giorgio che lo rendono fiero ma che fanno trasparire un velo di tristezza perché un esemplare come il suo Giorgio sarà difficile replicare per bellezza, fedeltà e operosità. Insomma, Giorgio è l’emblema di questa razza non sempre simpatica e vogliosa di coccole, ma solo perché è dedita al lavoro e alla protezione degli spazi che assume a propri. In conclusione mi preme raccomandare di non farci tentare dalla tenerezza dei suoi cuccioli se non abbiamo gli spazi e le condizioni adeguate per garantir loro un habitat quanto meno simile a quello a cui è abituato da secoli. Estirparli dalle sue radici equivarrebbe a condannarli a vita.




Carabinieri Forestali per la Biodiversità

Andiamo oggi a conoscere le attività dei Carabinieri Forestali per la biodiversità.

carabinieri forestali

Noi, che amiamo la montagna e la natura tutta, dovremmo conoscere quanto viene fatto da questa istituzione creata proprio per la tutela dell’habitat e delle specie che in esso albergano. Grazie a un’autorizzazione ottenuta dall’ufficio cerimoniale dell’Arma dei Carabinieri, ho avuto il privilegio e il piacere di intervistare il colonnello Luciano Sammarone a capo di una di queste unità a Castel di Sangro in provincia dell’Aquila.

col. Sammarone

Come molti sapranno, dal primo gennaio 2017 il Corpo Forestale dello Stato è stato integrato nell’Arma dei Carabinieri dando vita ai Carabinieri Forestali. La cosa piacevole di questa fusione è che nei loro uffici si ha la netta sensazione che le due istituzioni convivano perfettamente, perché l’una renda la vita più agevole all’altra, specie in territori dove la natura è padrona come l’Abruzzo. Il colonnello Sammarone, laureato in scienze forestali, è da 25 anni nell’amministrazione e si è formato al seguito di un ottimo comandante come il dott. Giovanni Potena.

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È infatti grazie al connubio di questi due amanti della natura che dopo gli anni ’90, a tutela e salvaguardia dell’orso bruno marsicano, fu istituita un’anagrafe per l’analisi genetica del DNA. Negli uffici di Castel di Sangro arrivò anche un biologo napoletano che si occupò di far analizzare e catalogare le varie tracce ricavate da ciuffi di peli, e garantire così un censimento di gran lunga più affidabile dei precedenti ricavati da metodi approssimativi come lo studio delle impronte. Grazie a tutto questo oggi sappiamo che la popolazione di orsi nei vari Parchi d’Abruzzo (Parco Nazionale, Parco della Majella e Parco del Gran Sasso) è attestata intorno ai 50/60 esemplari con una vitalità eccellente e un positivo rapporto tra le nascite e le dipartite.

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Infatti, molti di questi esemplari sono seguiti con radiocollari non invasivi che danno modo agli operatori di conoscere aree di spostamento ed eventuali accoppiamenti. Grazie a questa tutela e all’istituzione di parchi e aree protette, abbiamo visto Gemma andare in giro per Villalago con due dei suoi cuccioli e Peppina, che è presumibilmente sua figlia, aggirarsi per Pettorano sul Gizio. Anche la bellissima Pescocostanzo, lo scorso anno, è stata visitata più volte da un ottimo esemplare di marsicano. Tutto questo però non deve far sedere sugli allori gli uomini al comando del colonnello Sammarone. Loro ben sanno essere a rischio di estinzione la sottospecie di orso bruno marsicano, discendente dell’orso bruno che troviamo sulle Alpi e in buona parte d’Europa. Il percorso di salvaguardia e tutela è ancora lungo e nulla va trascurato. Pensate che basterebbe un’infezione alle vie respiratorie per decimare questa già sparuta comunità.

stemma

Qui entra in ballo la prevenzione e l’informazione che instancabilmente i Carabinieri Forestali portano avanti sul territorio. Due anni, fa un’orsa è morta perché attaccata dalla tubercolosi contagiata da un allevamento bovino. Questo è imperdonabile, perché se esistono tanti operatori che allevano bestiame secondo le regole di madre natura, e dettate anche dalle normative vigenti, purtroppo, tanti altri si dicono allevatori a puro scopo speculativo, raccogliendo solo contributi e risarcimenti senza minimamente occuparsi dello stato di salute degli animali. Altra piaga è il bracconaggio indiretto che qualche sciagurato pratica attraverso l’uso di polpette avvelenate. Si, avete capito bene, proprio le famose polpette avvelenate di un tempo. Rivolte principalmente ai lupi che ignari vagano nel loro ambiente, e trovano pollai non protetti. Purtroppo, le polpette capitano anche nel pasto di un orso e non solo.

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A tale scopo i Carabinieri Forestali, qualche anno fa, nel parco del Gran Sasso resero operativa la prima unità cinofila antiveleno. Oggi, queste unità sono 11 attraverso il progetto Pluto e operano tra Appennini e Alpi per monitorare le zone calde dove questi fenomeni tristemente si ripetono. La nostra conoscenza con i Carabinieri Forestali oggi si ferma a quanto fanno per l’orso, ma siccome l’unità del colonnello Sammarone gestisce anche aziende dedite ad allevamento (Feudozzo ad esempio alleva il cavallo persano), e a didattica come quella del monte Velino con annesso museo, ho il piacere di anticiparvi che nel prossimo incontro vi racconterò quanto si sta facendo per quell’animale stupendo che è il lupo, il quale per fortuna è fuori pericolo di estinzione, ma è a rischio ibridazione per incroci con cani randagi spesso abbandonati dai pastori. Per capire chi è il colonnello Sammarone mi è bastato vedere la tristezza nel suo volto quando mi ha spiegato che una foto nel suo ufficio ritraeva l’orsetta Morena morta appena a un anno e mezzo per un errata diagnosi. La natura ha bisogno dei Carabinieri Forestali e noi abbiamo bisogno di una natura tutelata da loro. Alla prossima.




Il Calderone un ghiacciaio………..forse in estinzione

Il Calderone è un ghiacciaio situato sul massiccio del Gran Sasso in Abruzzo, ed è forse in via di estinzione.

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Non tutti sanno che di fianco al Corno Grande, sopra Campo Imperatore, sopravvive il ghiacciaio più meridionale d’Europa. Si esatto, sopravvive, perché forse non arriverà al 2020. L’innalzamento delle temperature, causato da fattori antropici unito a cambiamenti dei cicli climatici a lunga scadenza, hanno causato l’aumento di circa 15° cc della temperatura media al polo nord nel mese di dicembre 2016. Sicuramente questi fattori incidono sulla causa la riduzione delle masse glaciali terrestri. Il Calderone, situato a una quota tra i 2600 e i 2800 m. s l m, è sopravvissuto grazie alla sua particolare posizione, protetto com’è dalle 4 cime del Gran Sasso (Vetta occidentale, Torrione Cambi, Vetta centrale e Vetta orientale), e ogni anno sembra scomparire sotto la morena alla fine del processo di ablazione. Pensate che li su, la quota di neve perenne è stimata intorno ai 3100 m. Qualcuno addirittura dice che già non esiste più, ma forse esagera. Ha una superficie stimata di appena 5 ettari, ma ha tutte le caratteristiche morfologiche del ghiacciaio con crepacci longitudinali e trasversali.

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Dal 2003 un gruppo di studiosi che fanno capo all’Associazione Metereologica Aquilana “AQ Caput Frigoris”, studiano il comportamento e la superficie del Calderone sia attraverso l’ausilio di georadar che testimonianze fotografiche, oltre a carotaggi e altre tecniche sofisticate. Coperto dai nevai e dalla ghiaia, si mimetizza per bene, e non è facile determinarne le dimensioni residue. Le sue acque di scioglimento prima si raccoglievano nel lago Sofia, ma dopo i lavori del tunnel del Gran Sasso, questo bacino non esiste più. La deglaciazione avanza ed è visibile anche agli occhi meno esperti. Il Calderone rappresenta l’ultima traccia a sud della grande glaciazione dell’era quaternaria. I ghiacciai rappresentano la memoria storica del nostro pianeta, perché il ghiaccio ha la capacità di imprigionare l’aria, i pollini, i detriti, i fossili, le resine, il fumo e chissà quanti segreti dei tempi che furono. Addirittura si sta pensando di proteggere quel che resta del Calderone con tessuti particolari che tengano bassa la temperatura del ghiaccio. Speriamo che queste decisioni vengano prese in tempi rapidi, evitando così di mandare in fumo una nostra memoria storica. Io consiglio di andarlo a vedere, e anche con una certa fretta, perché l’evanescenza è veloce. L’escursione è alla portata di tutti, e non richiede conoscenze alpinistiche approfondite.

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In loco, o attraverso il web, sarà comunque possibile contattare diverse associazioni che mettono a disposizioni guide per effettuare l’escursione in totale sicurezza, grazie a personale altamente qualificato. Al Calderone si può accedere da diversi punti, ma io vi consiglio di partire dall’arrivo della funivia di Campo Imperatore. Qui ci potete arrivare o con la funivia stessa, o in auto. I sentieri sono ben tracciati, e possono accedervi grandi, piccini e amici a 4 zampe. Come sempre ripeto, è importante essere ben equipaggiati con scarpe da trekking, acqua a sufficienza e crema protettiva dagli uva.  In mezza giornata comodamente si potrà ammirare questa piccola meraviglia appenninica, e si godrà, lungo la strada, di panorami mozzafiato che resteranno impressi nella memoria. È fondamentale, dovunque andiamo, di non lasciare tracce del nostro passaggio per il rispetto della natura che a tutti costi merita di essere preservata. Fare sport a mio avviso non comporta necessariamente competizione, ma serve a mettere alla prova il nostro fisico e testare continuamente le nostre potenzialità. Se poi questo lo facciamo lontani dalle abituali fonti di inquinamento, che su vasta scala hanno portato alla probabile estinzione di questo piccolo scrigno di segreti, meglio ancora.




La casa sull’albero, un sogno che diventa realtà

Possedere una casa sull’albero è stato il sogno di molti bambini e oggi può diventare realtà.

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Tanti di noi da piccoli (tranne i pochi che hanno potuto permetterselo) hanno sognato di averne una, o per emulare gli adulti in uno spazio autonomo dove gestire la propria vita o per rifugiarsi dal mondo all’apparenza ingiusto dei grandi. Sul perché di questa voglia le scuole di pensiero sono diverse. Si pensa che dall’alba dell’umanità il rifugio sollevato da terra permettesse una visione d’insieme e un riparo da ospiti indesiderati. Quello che è stato rimarrà una supposizione perché non suffragato da alcuna certezza, ma resta il fatto che tutt’oggi il desiderio di vedere le cose dall’alto ci dà la sensazione di controllo di tutto ciò che ci circonda, e ci permette di vivere a stretto contatto con una natura pulsante, pulita e priva di rumori fastidiosi.

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Le comunità arboricole nel corso degli anni sono aumentate, e se in tanti hanno abbracciato questo stile di vita, ci saranno dei buoni motivi. Qualche tempo fa ho seguito una serie televisiva che parlava proprio di strane case sugli alberi, e posso dire di averne viste di tutte le fogge. Molte di queste sono anche riportate nelle slide show di questo articolo. Ma per restare con i piedi per……aria, senza scomodare le opinabili americanate, ci può servire come riferimento il passo fatto da una famiglia torinese che dal 2002, sui monti Pelati in Piemonte, ha scelto di dare un radicale cambiamento alle proprie abitudini di vita. Un bel giorno padre, madre e la loro piccola hanno eletto a domicilio i boschi attorno a queste montagne, iniziando a costruire qui la loro dimora. Certo le attenzioni e la fatica necessarie non sono state poche, sia per il peso della materia prima da portare in alto, sia perché, contrariamente alle apparenze, queste abitazioni non gravano affatto sull’albero nell’ottica del rispetto per l’ambiente ospitante.

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Le strutture infatti poggiano su solidi pilastri di legno conficcati nel terreno che al massimo inglobano l’albero e lo fanno con materiali assolutamente non invasivi per l’amico vegetale. Pian piano questi amici hanno attirato altri potenziali arboricoli che hanno costituito una vera e propria comunità.  Le costruzioni sono aumentate, creando a circa sette metri da terra, un mini villaggio dotato anche delle aree comuni per passare insieme spazi della giornata come il pranzo che è preannunciato dal suono di caratteristiche conchiglie che urtano tra loro. Sia chiaro che i componenti di questo borgo semi aereo, non si sentono figli dei fiori o estremisti ambientalisti. Infatti tutti loro continuano a svolgere in città o altrove le normali attività di ufficio o di studio che facevano prima.È cambiata solo la loro dimora e di conseguenza, nella totale full immertion nella natura, il loro stile di vita. I ritmi, gli aromi e i suoni accompagnano la loro giornata, e durante le ore trascorse in casa, assaporano tutto quello che di bello e buono i nostri amici alberi sono in grado di donarci. In Italia, sulla scia di questi invidiabili pionieri, stanno nascendo strutture di accoglienza turistica che offrono ospitalità a pochi metri da terra, anche se inserite in resort con tutti i confort.

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Infatti la vita sugli alberi, grazie anche alle moderne tecnologie che catturano l’energia solare e eolica, è accompagnata spesso da elettricità, idromassaggio, aria condizionata e wi fi per gli irriducibili. Sono nate aziende specializzate per la progettazione e la realizzazione di queste strutture, e possono accontentare tutte le tasche partendo addirittura da € 20.000,00 all’infinito o quasi.  E cosa bellissima, grazie a loro, se si dispone di un bel giardino alberato, si può creare per i più piccoli la famosa casa sull’albero che forse in tanti abbiamo desiderato ma mai avuto. Vi invito quindi a mettervi alla ricerca di strutture turistiche dotate di rifugi sugli alberi perché a mio avviso è un modo per stare nella natura vera e riconciliare lo spirito e il corpo dopo un anno trascorso a contatto con lo stress quotidiano. Non dimenticate di farmi sapere se vi è piaciuta.




Un bosco è sempre magico, se poi è di Sant’Antonio è fantastico

La magia del bosco è indiscussa, ma in quello di Sant’Antonio a Pescocostanzo l’immaginazione supera la realtà.

Passeggiare nel bosco è sempre stata la mia passione, tanto che da piccolo ho spesso fatto preoccupare i miei genitori. Per fortuna poi tornavo sempre a destinazione. Con il passare degli anni e la conquistata indipendenza dai parenti, le cose sono cambiate e ho potuto finalmente dare sfogo alla mia voglia di esplorare. Non esiste una stagione ideale per il bosco credetemi. Ognuna ha il suo fascino.

In inverno i suoni attutiti dalla neve regalano emozioni incredibili, in autunno il tappeto di foglie su cui camminiamo dona sensazioni e profumi unici, in estate la frescura e la luce del sole filtrata dai rami offre benessere, ma in primavera si tocca quasi l’estasi. Così ho deciso, a costo della mia credibilità, di raccontarvi l’esperienza che qualche anno fa in questo mese ho vissuto nel bellissimo Bosco di Sant’Antonio nel comune di Pescocostanzo in Abruzzo.

Attenzione che parliamo di un’intera zona che regala emozioni ferme nel tempo, e si avvertono già passeggiando per questo paese che è annoverato tra i borghi più belli d’Italia. Ma non vado oltre a decantare le lodi di “Pesco” perché chi non lo conosce, almeno una volta nella vita, dovrà visitarlo e magari poi mi dirà. Uscito dal paese dopo pochi chilometri si incontra il Bosco di Sant’Antonio e io lasciai la macchina lungo la strada addentrandomi in esso come avevo già fatto tante volte. Volutamente preferii stare alla larga dalle masserie prospicienti il bosco, per immergermi completamente nei colori, nei rumori e nelle sensazioni che questo posto regala in primavera.

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Pochi giorni prima avevo letto di storie di mondi fantastici abitati da fate e gnomi e avevo visto Avatar in tv, per cui la mia mente viaggiava in dimensioni lontane dalla realtà. Più mi addentravo e più mi facevo affascinare da scorci e colori magici, dove i rumori di quella che chiamiamo civiltà erano spariti da più di un’ora. Si ascoltavano solo uccelli, fruscii di vento, scricchiolii di rametti sotto i piedi e foglie calpestate o portate via dai miei passi. Camminavo ormai da tempo e decisi di riposarmi su un masso colorato da un comodo cuscino di muschio.

Non sono uno che facilmente si fa condizionare dall’immaginazione, ma lì si congiunse tutto il paesaggio che avevo negli occhi con quanto avevo letto, e in men che non si dica iniziai a vagare con la fantasia. Mi sembrava di vedere i folletti in casacca verde, che abitualmente proteggono il bosco dalle persone dannose, fare capolino dalle piante per capire le mie intenzioni, e addirittura tra un ramo e l’altro lo scintillio di qualche probabile fata che si aggirava da quelle parti. Insomma, pian piano il bosco si stava animando in modo pacifico di tutte le creature che avevo incontrato nella mia lettura e in ognuna di cui avvertivo la presenza, riconoscevo un personaggio. Meno male che ero lontano dalle fattorie altrimenti qualche gnomo del bosco, che aiuta nella produzione dei formaggi, mi avrebbe tirato un brutto scherzo.

Non so quanto durò quest’estasi assolutamente non procurata, ma vi assicuro che rimettermi in cammino non mi allontanò da quel mondo fantastico. Pian piano ritrovai la strada della macchina ma non mi persi nulla del paesaggio boschivo. Peccato che tutti i miei amici fossero andati via. Per fortuna che mi consolai con un ottimo pranzo poco più avanti nel ristorante “Il Faggeto” del mio amico Vittorio. Ma devo confessare che mi guardai bene dal raccontare quanto mi era successo. Spero che tutto ciò non mini la mia credibilità e sproni qualcuno a ripetere la mia esperienza perché sono certo che prima o poi qualche fatina anche voi la incontrerete. Il bosco di Sant’Antonio non delude………mai.




Salvare la nostra montagna è un dovere per noi e per i nostri figli

Salvare un habitat immacolato come la montagna non è una scelta, ma un dovere e una missione per i nostri figli.

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E’ doveroso occuparsi tutti insieme della conservazione dei posti che frequentiamo, e se questi posti sono l’habitat che flora e fauna è riuscita a conservare per millenni, noi non possiamo fare altro che adeguarci. La stagione invernale si è conclusa da poco e se ci avventuriamo nei luoghi che fino a poche settimane fa attraversavamo con gli sci, è proprio questo il momento in cui dobbiamo capire perchè occuparci dell’habitat. Seguitemi in questa passeggiata, e insieme cerchiamo di capire dove sbagliamo.

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Attrezzati per bene, partiamo dalla base di un qualunque impianto di risalita. La malinconia per le giornate passate a sciare è forte, le sedie delle seggiovie ferme mettono tristezza, ma il paesaggio intorno ci dà lo stimolo giusto a continuare. Le piste hanno ancora neve, quindi ci conviene proseguire ai lati, quasi nel bosco. In montagna si sa che il ritmo del passo deve essere lento, altrimenti il fiato difetta, e proprio grazie a questo ritmo iniziamo a vedere quello che non vorremmo. Lo sciogliersi della neve restituisce tutto quello che in inverno lasciamo in questi posti immacolati per eccellenza. Si va dai pacchetti di sigarette vuoti, alle lattine, le bottiglie di plastica, i pacchetti di caramelle e le buste di polietilene, che ben sappiamo quanti anni impiegano per biodegradarsi.

salv6Troviamo anche involucri di alimenti in plastica o cartone. Tutto questo impone più di una riflessione. Certo, molte cose si possono perdere, come succede dappertutto, e specie se la neve è fresca è difficile recuperarle. Ma dovete spiegarmi uno scarpone da sci in mezzo a una pista in primavera cosa ci fa. Mi chiedo: il malcapitato con il freddo, scalzo, come è tornato a valle? Uno sci può cadere dalla seggiovia, o un infortunato lo ha abbandonato, oppure gli occhiali li puoi perdere in una caduta e magari non li trovi più.

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Ma tutto quello che è materiale di consumo perché lo abbandoniamo per strada, e non ci prendiamo la briga di lasciarlo nei contenitori appositi alla base degli impianti? Vi assicuro che ce ne sono tanti. Ci sono fior di progettisti che lavorano per capire come recuperare la terra che lo scioglimento delle nevi porta a valle, e riciclarla sulle piste da sci, o come recuperare l’acqua dalla neve che si scioglie per reimpiegarla nell’innevamento artificiale. Invece noi sulle piste ripetiamo le stesse pessime abitudini che abbiamo in città?

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Che ci costa preservare l’ambiente con pochi gesti semplici? Dovremmo riflettere di più su queste cose. Sia perché comportarsi nascondendo la testa sotto la sabbia (o neve che si voglia) non paga, visto che la natura restituisce sempre tutto (come lo scarpone), e sia perché in un futuro non molto lontano le falde acquifere subiranno l’inquinamento di quello che noi ci mandiamo. Queste pessime abitudini di inquinare aree immacolate si ripercuoteranno, forse non su di noi, ma su chi abbiamo il dovere di preservare: I NOSTRI FIGLI




IL PIACERE DI CONOSCERE LA NEVE

Buongiorno a tutti, sono Maurizio e sono felice di guidarvi in un cammino virtuale che ci porti a conoscere le gioie e i piaceri della neve sia in montagna che in ghiacciaio.

Direte che siamo a giugno, quindi tutti gli attrezzi necessari riposano? Si ma non la nostra fantasia. Chi ama la montagna e i suoi paesaggi incantati sa bene che l’immaginazione lavora tutto l’anno, e seppur viviamo a contatto con il mare, molti di noi non aspettano altro che l’arrivo della neve.

sleedogIl perché è semplice: tutto ciò che si fa all’aperto ci da senso di infinito e libero, ma gli odori gli spazi e la full immertion nella natura che assaporiamo quando scendiamo dalla sedia di una seggiovia o indossiamo le ciaspole o affrontiamo un anello di fondo non hanno prezzo. Proprio questo vorrei esplorare con voi nei prossimi tempi. Quelli che sono gli svariati modi di conoscere al meglio questo fantastico elemento che è la neve e quelle che sono le sensazioni di gioia libertà e piacere e anche di responsabilità nel praticarla.

I modi sono svariati, dallo sci addirittura alle slitte (cani cavalli renne ecce cc) passando per kyte e sci di fondo o addirittura alle molteplici attività cognitive e di ricerca che attraverso la conoscenza dei ghiacciai ci da modo di sapere da dove veniamo e dove andiamo. Parleremo anche delle tante attività che sulla neve si svolgono per il salvataggio della fauna di montagna o di salvaguardia della stessa flora anche nel periodo invernale.

E tutto questo è possibile grazie a innumerevoli persone e organizzazioni istituzionali e no profit che mettono a disposizione della comunità le loro conoscenze e i loro mezzi perché tutti noi possiamo al meglio e in sicurezza godere di quello che di più sano ci offre madre natura.

Sarà un cammino lungo e spero piacevole che ci avvicinerà alla stagione invernale prima della quale vorrei guidarvi nella conoscenza dei più bei luoghi conosciuti e non, passando per la conoscenza di alcuni ghiacciaia che anche se ultimamente si ritirano, consentono a noi amanti, ma anche alle nazionali agonistiche, di poter iniziare gli allenamenti per la prossima stagione già in luglio, per così apprezzare al meglio un elemento a molti di noi caro.

Proverò anche ad avvicinare alcuni personaggi del mondo della neve sia come operatori del settore funiviario che del settore agonistico in modo da carpire loro piccoli segreti che meglio ci faranno avvicinare alla candida regina dei nostri inverni. Occhio quindi che sicuramente a breve parleremo di qualcosa di curioso ma che non vi anticipo: altrimenti che gusto c’è? A prestissimo




COME NASCE LA NEVE

Quante volte ci siamo incantati a vedere una nevicata e soprattutto se attenti osservatori ad ascoltare il suono della neve che cade?

Io tantissime volte e spesso mi sono anche chiesto come la neve si crea. Da bambini ci hanno raccontato favole e leggende, di cui molte suggestive e curiose. Ad esempio sono tirate in ballo pecore che con l’arrivo del freddo alla ricerca di verdi pascoli salgono sempre più di quota, tanto che vengono a contatto con folletti che per dispetto le staccano i riccioli della lana e li fanno cadere dal cielo creando così la neve.

il-fioccoOvviamente con la crescita e la curiosità che aumenta queste giustificazioni non vanno più bene e quindi giunge il momento di sapere la verità. L’aspetto più affascinante della neve, che altro non è che una goccia d’acqua a contatto con strati di aria a bassa temperatura, è la sua struttura al microscopio cosiddetta del cristallo di neve. In maniera molto semplificata potremmo dire che un fiocco di neve comincia a formarsi quando una goccia d’acqua estremamente fredda viene a contatto con “qualcosa” come   polline o particelle di polvere nel cielo.

Questo crea un cristallo di ghiaccio. Come il cristallo di ghiaccio cade verso il basso, il vapore acqueo si congela sul cristallo principale, costruendo nuovi cristalli ed ecco le sei braccia del fiocco di neve. La percentuale di umidità non ha molta importanza sulla sua struttura ma influisce quando si posa a terra sulla tenuta del manto nevoso. La forma del cristallo quindi è tale solo per il tragitto che percorre dalla formazione all’arrivo a destinazione.

Sulla consistenza invece ha importanza la temperatura che dà i -5 ai -15 si va sempre più ad appiattire verso il freddo. Grazie a ciò potremmo anche dire che ogni fiocco è affine a se stesso così che non esistano 2 fiocchi uguali, proprio perché ognuno di loro percorre un cammino diverso dal momento in cui si genera. Come sempre succede in natura dietro ogni fenomeno all’apparenza semplice c’è un processo formativo complesso e articolato che ci affascina sempre e ci dà modo di capire che nulla è per caso