In montagna migliora la vita

È ufficiale e scientifico che andare in montagna migliora la qualità della vita.

Al di là dei luoghi comuni circa l’aria salubre che si respira, e i ritmi lenti che curano lo stress accumulato in città, esistono (incredibile ma vero) degli studi scientifici che hanno appurato quanto sopra. Quante volte ho sentito persone superficiali e saccenti asserire che la montagna angoscia o che fa sentire in gabbia? Questo, a mio avviso, dipende da un errato approccio all’ambiente montano, che spesso porta ad un giudizio superficiale e avventato. Anche io da piccolo, non avevo un buon rapporto con il mare, e scaturiva da situazioni di disagio e insofferenza causate da condizioni spiacevoli e poco confortevoli.

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Poi, con la maturità, ho imparato ad apprezzarlo nelle sue espressioni migliori, e ho goduto del benessere che anche il mare e tutto l’ambiente circostante sa dare. Se si approccia la montagna (specie in inverno) male equipaggiati e con delle condizioni climatiche avverse, allora è ovvio che risulti inospitale e difficile. Le vacanze estive sono ormai un ricordo, ma nel week end nessuno ci vieta una “full immertion” nella natura. Più fortunato è chi ha le montagne a portata di mano, ma oggi con il progresso della mobilità quasi ovunque abbiamo una montagna e un bosco da raggiungere in poco tempo. L’indicazione del titolo ha due chiavi di lettura: una scientifica e una legata esclusivamente al benessere fisico e mentale. La prima si fondava su una pseudo credenza circa i globuli rossi. Si credeva che in montagna si rigenerassero integralmente, favorendo un migliore e maggiore apporto di ossigeno al sangue.

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La montagna genera una velocizzazione dell’eritropoiesi che essendo accelerata grazie alla quota e alla bassa pressione aiuta la rigenerazione dei globuli rossi. Per anni si è ritenuto che questo processo aiutasse gli alpinisti a poter sostenere gli sforzi alle alte quote in cui operano, nonostante la scarsa quantità di ossigeno, specie ad altitudini elevate. Per meglio studiare questa teoria, è stato condotto da una università del nord America, un esperimento su 21 volontari nelle montagne della Bolivia a quote superiori ai 5000 m s.l.m. Ebbene dopo una settimana riportati giù i volontari, si è scoperto che con la permanenza in altitudine non c’è stata una rigenerazione dei globuli rossi, ma un deciso miglioramento delle loro funzionalità. Ovvero, più si sale e più i globuli rossi incrementano la loro capacità di trattenere e trasportare ossigeno.

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Dopo una settimana, le prove sono state ripetute confermando l’ulteriore miglioramento della qualità del sangue dei volontari, tanto che l’ultima ascensione è stata decisamente meno faticosa e più agile. Di conseguenza possiamo certificare, grazie alla scienza, che un periodo in giro per le cime delle nostre montagne permette all’organismo una migliore qualità del nostro stato fisico. Questo, grazie ai benefici effetti sul nostro sangue, causati dalla migliore ossigenazione dovuta al lifting che subiscono i globuli rossi in quota. Altro che angoscia della mia amica o allo stato di inquietudine di un’altra.

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E poi c’è il secondo aspetto che è quello umorale, grazie al quale periodi brevi o lunghi che siano a contatto con ambienti incontaminati come boschi e altipiani, contribuiscano alla buona qualità dell’umore e della salute. Qui non sembrano esserci studi appropriati a confermarlo ma basta l’esperienza di ognuno di noi a certificarlo. I ritmi più lenti, l’aria salubre, l’assenza di gas di scarico, orari scanditi più dalla posizione del sole che dagli orologi, la frequente mancanza di campo telefonico e tanti altri benefici fanno sì che la nostra psiche e il nostro organismo entrino nella modalità ricostruttiva utile al benessere del corpo e della mente. Potremmo spendere fiumi di parole, ma credo che la verità sia nell’esperienza che ognuno di noi ha condotto frequentando un sentiero di bassa o alta montagna. Nessuno penso che a fine giornata si senta angosciato o inquieto. Queste frottole le sentiamo solo da chi non ha mai approcciato la montagna alla giusta maniera.

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Potrete notare nelle prime due slide, i nostri amici Patrizia, Giuseppe, Vincenzo, Riccardo e Dominique, che gentilmente mi hanno permesso l’utilizzo di immagini bellissime scattate nel corso di due loro escursioni in Abruzzo sul monte Amaro e sul Gran Sasso d’Italia. Loro, sono ottimi ristoratori ma escursionisti amatoriali, eppure traspare dai loro sorrisi il benessere e la tranquillità di chi è in ottima condizione fisica e mentale nonostante i dislivelli. Mi raccomando, approcciate la montagna sempre con le attrezzature giuste, e se neofiti fatevi accompagnare dalle guide. Vivrete esperienze indimenticabili e non credete a chi la montagna non la conosce.




La torre di Feudozzo

Che le gestioni pubbliche non siano sempre efficienti è noto, ma l’azienda Torre di Feudozzo ci dimostra che è possibile il contrario.

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Grazie alla nostra collaborazione con i Carabinieri Forestali e al colonnello Luciano Sammarone, amico da tempo di Big Mountain, ho potuto mettere il naso in questo raro esempio di efficienza e funzionalità.

feudozzo-carabinieri-forestali-cavallo-persano-bigmountain-montagna (40)L’azienda è situata a cavallo tra Abruzzo e Molise nei pressi di San Pietro Avellana dopo Castel di Sangro a 932 mt s.l.m. ed è affidata ai Carabinieri Forestali per il recupero della razza del cavallo Persano. È  un antico sito di caccia di origine borbonica. Carlo III di Borbone lo utilizzava per evidenti scopi ludici ed in particolare per la caccia, essendo immerso in un territorio di rara bellezza. Successivamente, i Savoia tentarono di fare tabula rasa di quanto fatto dagli spagnoli e quindi l’azienda per anni fu abbandonata o affidata in mani poco esperte che la utilizzarono solo come allevamento non ben identificato di bovini. Il secondo conflitto mondiale la distrusse quasi completamente trovandosi proprio sul fronte di avanzata degli alleati. Per fortuna, l’azienda nel 1977 entra a far parte delle disponibilità demaniali affidate alle regioni, viene quindi ricostruita cercando di preservare l’architettura originaria. Affidata alle cure dell’allora Corpo Forestale dello Stato, diventa un allevamento all’avanguardia di bovini, in cui gli esemplari, già negli anni 80, erano dotati di collare con microchip che permetteva al computer di assegnare la giusta quantità di mangime per le necessità e lo stato dell’animale. L’azienda inoltre era dotata di caseificio per la trasformazione e di conseguenza era economicamente autonoma.

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A causa di una brutta epidemia di brucellosi, nel 1995 fu costretta però a cessare l’attività e i 270 capi presenti furono macellati e distrutti. Dopo la bonifica fu destinata a un progetto di recupero di razze italiane bovine in via di estinzione come l’Agerolese, la Burlina, la Modicana e la Reggiana. Questo nobile intento però, a causa degli ahimè sempre esistiti conflitti burocratici della macchina statale, si dovette arrestare per incompatibilità tra il Corpo Forestale e la produzione lattiero-casearia. Grazie all’opera di un grande personaggio appartenuto al Corpo Forestale dello Stato, il dottor Potena, questa struttura riuscì a risorgere, venendo destinata come ancora è oggi, al recupero della razza del cavallo Persano. Questa razza, insieme alle altre due autoctone italiane che sono la Murgese e la Maremmana, è quella tra le 3 che ha migliori doti di affidabilità e versatilità di impiego.feudozzo-carabinieri-forestali-cavallo-persano-bigmountain-montagna (39)

Nasce infatti da incroci di cavalli arabi, spagnoli e italiani e gode di mantelli sauri, grigi e morelli. Con un organico di militari e civili, e strutture interne che la rendono completamente autonoma, quest’azienda curata oggi dai Carabinieri forestali, è a mio parere un fiore all’occhiello dell’amministrazione statale. Vi sono ospitati circa 50 cavalli di cui 28 persani 4 asini e il restante tra murgesi e animali sotto sequestro affidati per maltrattamenti (gli imbecilli non mancano mai), per sottrazione alla criminalità organizzata o addirittura per corse clandestine purtroppo ancora frequenti. Inoltre, La Torre di Feudozzo ha anche una struttura interna di accoglienza spesso usata da scolaresche per settimane didattiche e dotata anche di un percorso con laghetto visitabile sempre e comunque.

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Raro nel suo genere vi si trovano anche infrastrutture dedicate interamente ai diversamente abili. Insomma, io consiglio casomai vi trovaste in zona aquilana o molisana, di farci un pensierino a visitarla. Mi raccomando: per visitarla bisogna contattare il reparto Carabinieri Forestali per la biodiversità a Castel di Sangro n°0864845938 e non ve ne pentirete. Sarebbe bello poter constatare che il danaro pubblico qualche volta viene ben speso, e poter ammirare questi splendidi animali curati in modo esemplare dai Carabinieri Forestali che si adoperano per la conservazione di una razza che è un patrimonio tutto italiano.




COME NASCE LA NEVE

Quante volte ci siamo incantati a vedere una nevicata e soprattutto se attenti osservatori ad ascoltare il suono della neve che cade?

Io tantissime volte e spesso mi sono anche chiesto come la neve si crea. Da bambini ci hanno raccontato favole e leggende, di cui molte suggestive e curiose. Ad esempio sono tirate in ballo pecore che con l’arrivo del freddo alla ricerca di verdi pascoli salgono sempre più di quota, tanto che vengono a contatto con folletti che per dispetto le staccano i riccioli della lana e li fanno cadere dal cielo creando così la neve.

il-fioccoOvviamente con la crescita e la curiosità che aumenta queste giustificazioni non vanno più bene e quindi giunge il momento di sapere la verità. L’aspetto più affascinante della neve, che altro non è che una goccia d’acqua a contatto con strati di aria a bassa temperatura, è la sua struttura al microscopio cosiddetta del cristallo di neve. In maniera molto semplificata potremmo dire che un fiocco di neve comincia a formarsi quando una goccia d’acqua estremamente fredda viene a contatto con “qualcosa” come   polline o particelle di polvere nel cielo.

Questo crea un cristallo di ghiaccio. Come il cristallo di ghiaccio cade verso il basso, il vapore acqueo si congela sul cristallo principale, costruendo nuovi cristalli ed ecco le sei braccia del fiocco di neve. La percentuale di umidità non ha molta importanza sulla sua struttura ma influisce quando si posa a terra sulla tenuta del manto nevoso. La forma del cristallo quindi è tale solo per il tragitto che percorre dalla formazione all’arrivo a destinazione.

Sulla consistenza invece ha importanza la temperatura che dà i -5 ai -15 si va sempre più ad appiattire verso il freddo. Grazie a ciò potremmo anche dire che ogni fiocco è affine a se stesso così che non esistano 2 fiocchi uguali, proprio perché ognuno di loro percorre un cammino diverso dal momento in cui si genera. Come sempre succede in natura dietro ogni fenomeno all’apparenza semplice c’è un processo formativo complesso e articolato che ci affascina sempre e ci dà modo di capire che nulla è per caso




L’oro rosso d’Abruzzo, lo zafferano dell’Aquila dop

Lo zafferano coltivato nelle terre aquilane, l’oro rosso d’ Abruzzo è una delle spezie più pregiate in assoluto.

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La sua produzione segue pratiche che si tramandano di generazione in generazione. I magnifici fiori di croco sbocciano solo per un breve periodo dell’anno, e la sua coltivazione è possibile solo in pochi luoghi al mondo. Lo spettacolo della fioritura è davvero straordinario con i campi tappezzati di magnifici fiori viola. In Abruzzo si organizzano tour nel mese di ottobre alla scoperta di questa nobile spezia per scoprire e apprezzare le varie fasi della produzione. La più scenografica è quella della fioritura e del raccolto. Sull’altopiano di Navelli questa spezia, importata in Italia dalla Spagna grazie al monaco domenicano Santucci nel 1230, trova le condizioni micro climatiche ideali.

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L’altopiano gode di estati asciutte ma non secche e primavere piovose ma non eccessivamente fredde; inoltre il terreno è ricco di minerali e la pendenza evita il ristagno di acqua e di umidità. Per queste caratteristiche, viene considerato il migliore al mondo per qualità, tanto da essere definito l’oro rosso di Navelli. Proprio in questo periodo, a metà ottobre ha luogo la fioritura e quindi la raccolta. I campi vengono arati in primavera ad una profondità di 30 cm e fertilizzati esclusivamente con concime animale, senza uso di altri fertilizzanti.  I terreni sono sottoposti a rotazione e non si semina mai nello stesso punto per due anni di seguito. In estate i bulbi della stagione precedente vengono dissotterrati a mano. Una volta dissotterrati, i bulbi vengono svestiti del vecchio residuo e controllati accuratamente per verificarne lo stato di salute. Dopo questa operazione il bulbo viene trapiantato nelle porche, appositi solchi preparati nel terreno. Ogni bulbo produrrà tre o quattro fiori.

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Alle prime luci dell’alba prima che i fiori si aprano, i raccoglitori si recano sui campi, e con mani esperte procedono alla raccolta nel modo più attento e delicato possibile.  Ecco perché il costo dei preziosi stimmi di zafferano è così elevato. Successivamente viene effettuata la sfioratura cioè vengono estratti i tre stammi rossi che costituiscono il cuore del fiore, la preziosa spezia tanto apprezzata in cucina. La fase della lavorazione però non si ferma qui, gli stammi vengono sistemati in un apposito setaccio e appesi per circa 20 minuti in un camino con della brace di legno di mandorlo o di quercia. Questa fase detta tostatura, consente di conservare l’aroma e il tipico colore rosso, ma fa diminuire il peso del prodotto di circa 5/6 volte. Occorrono circa 5oo ore di lavoro per ottenere 1 kg di di zafferano e circa 250.000 fiori. Oltre al più noto uso in cucina, il Crocus Sativus, questo è il suo nome scientifico, vanta innumerevoli proprietà curative, infatti i principi attivi presenti in questa pianta agiscono beneficamente sul sistema nervoso regolando l’umore e il sonno. Grazie alle proprietà antiossidanti dei carotenoidi in esso presenti, lo zafferano ha effetti benefici sulla memoria e sull’apprendimento, inoltre sono allo studio anche effetti benefici per la cura del morbo di Alzheimer.

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Una recente ricerca condotta da un gruppo di studiosi, in collaborazione con l’Università degli Studi dell’Aquila, ha fatto emergere che lo zafferano ha notevoli effetti sui geni che regolano le prestazioni delle cellule responsabili della vista. In commercio lo zafferano è disponibile macinato in bustine già dosate, oppure in barattolo con i filamenti ancora integri. Per i consumatori la regola numero uno è però di fare attenzione alle imitazioni e contraffazioni in circolazione, cercando ogni volta la garanzia della zona di produzione e provenienza. Tanti sono i motivi per apprezzare l’oro rosso d’ Abruzzo siano essi un ottimo risotto alla milanese o uno scopo terapeutico, in entrambi i casi ne avremo solo effetti positivi.

a cura di Sabina Sartorelli




Riciclo e riuso parole da non confondere

Spesso le confondiamo, sbagliando, ma riciclo e riuso sono parole dai significati diversi.

Scusate se insisto ma ormai sono consapevole che il problema è di dimensioni gigantesche e credo che tutti dobbiamo e possiamo fare qualcosa. Anche se poco, è certamente meglio di nulla. Non mi ha convinto certo a questa crociata la severa seppur giovane Greta Thunberg, ma i fenomeni macroscopici che stanno squassando il pianeta e le manifestazioni di incuria e ignoranza che quotidianamente incontriamo sul nostro cammino. Nel mio ultimo articolo “La domanda è una: perché?” ho affrontato il problema dell’allarme clima e aumento degli inquinanti in maniera generalizzata per iniziare un ciclo. Questo ciclo come già detto dovrà toccare diversi argomenti anche attraverso interviste a persone ben più autorevoli del sottoscritto (non ci vuole molto).

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Oggi, voglio parlarvi della differenza tra riciclo e riuso perché è un aspetto importante di quella che è la parte spicciola dove noi abitanti del pianeta possiamo e dobbiamo intervenire. Nella mia precedente attività un direttore finanziario mi disse che dovendo ridurre l’esposizione bisognava ridurre il rischio e quindi fatturare meno. Certo, dissi io, possiamo ridurre drasticamente l’esposizione azzerando il fatturato. E poi????? Dove andiamo a pranzo? Qui è diverso, perché meno rifiuti produciamo, meno ne immettiamo nell’ambiente e meno lo alteriamo, quindi la ricetta ottimale sarebbe rifiuti zero. Questo sarebbe impossibile ma, se lo scopo è ridurre i rifiuti, allora possiamo impegnarci con il tema del titolo, ovvero il riciclo o il riuso.

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Entrambi hanno la mission di immettere meno rifiuti nell’habitat ma attraverso strade diverse. Il riciclo porta a una vera e propria trasformazione del rifiuto, con processi di lavorazione che generano una seconda vita uguale o diversa dalla precedente. Il riuso, a cui spesso è associato l’aggettivo creativo, è invece un’azione atta a riutilizzare un oggetto che non è ancora diventato rifiuto. Per meglio illustrare l’argomento vi riporto la normativa europea 2008/98 in materia di “recupero” che recita così: “ per riutilizzo si intendono tutte le operazioni che permettono di riutilizzare per uno stesso scopo prodotti che non sono ancora diventati rifiuti; mentre con il termine “riciclaggio” si parla di operazioni di recupero che consentono di ritrattare i materiali del rifiuto di cui siamo detentori, in maniera da ottenere nuovi prodotti, sostanze o materiali da usare sia per nuovi fini che per gli stessi per cui sono stati concepiti”. Riuso o riutilizzo che si voglia è un aspetto che non immaginavo avesse un mercato così ampio.

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L’ambito è sia casalingo che commerciale e scatena le fantasie più sfrenate. Si può riutilizzare praticamente di tutto, e dalle gallerie fotografiche annesse al presente, potrete vedere come si esercita l’estro sia facendolo in casa ma addirittura visitando mercati appositi dove start up di riutilizzatori seriali danno sfogo al loro estro, proponendo alla vendita cose a cui hanno donato una seconda vita. Le dannosissime bottiglie PET anziché aspettare le centinaia di anni per biodegradarsi, possono trovare nuova vita se ritagliate lateralmente, messe in orizzontale e fissate a una parete in giardino. A questo punto, con del terreno all’interno potranno essere per noi contenitori di piante fiorite o addirittura di erbe aromatiche da cucina. I vecchi portabiti da armadio, opportunamente trattati e messi insieme in senso alternato, possono diventare uno scolapiatti. I vecchi pneumatici, che oltre a impiegare 100 anni per degradarsi producono PM (polvere da pneumatico) entrando nei polmoni con conseguenze letali, possono diventare comode poltrone o se sovrapposti delle colorate fioriere da giardino. Quante volte buttiamo capi di abbigliamento perché fuori moda o per colpa dei chili di troppo?

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Ebbene sappiate che opportunamente tagliati possono diventare borse o anche rivestimenti per divani e poltrone. La fantasia e l’inventiva non hanno limite, e la rete è piena di suggerimenti per dare vite alternative a cose che pensavamo al capolinea. Altra cosa invece è il riciclo, che sottintende un percorso industriale per dare diversa o simile identità a molti materiali. È fondamentale per questo una rigida educazione alla raccolta differenziata, così da consentire l’utilizzo del materiale in modo corretto. Tutti sappiamo che con le bottiglie PET si ottiene il pile ottimo per pull invernali dai vari impieghi. La carta e il cartone possono dare vita ad altra carta. L’alluminio anche, genera altro alluminio, infatti andrebbe separato dalla plastica con la quale è spesso differenziato. Scorrendo le varie informazioni si trovano anche notizie sorprendenti come quella che la Cina ritenuta uno dei maggiori inquinatori dell’ambiente, è leader mondiale del riciclo sia delle batterie al litio (quelle di recente generazione per smartphone e tablet), che di tutti i materiali di consumo per elettronica (circuiti, schede, memoria ram ecc ecc).

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Il riciclo di questi materiali avviene in modo singolare, ovvero separando i vari componenti e riutilizzandoli per la produzione di altri prodotti elettronici. La sezione umida dei nostri rifiuti potrebbe avere una nuova vita anche già in casa nostra, con l’operazione di compostaggio. Ci sono alcuni condomini che già effettuano questo processo facendo sì che la parte umida sia combusta, ricavando quindi un ottimo fertilizzante per piante aiuole e alberi. Insomma, una goccia nel mare ho provato a gettarla, e partendo dal sottoscritto mi auguro che se già bevendo un caffè usassimo di più la tazza del servizio della zia, anche se brutto, significherebbe un monouso in meno nell’ambiente. Inoltre, ricordiamoci che la fantasia non dobbiamo usarla solo nei social ma anche per immettere meno rifiuti nel mondo che domani sarà dei nostri figli. A presto.




Gocce di pioggia su di me

Una famosa canzone di Bacharach tradotta e cantata sia da Patty Pravo che Ornella Vanoni recitava proprio così: Gocce di pioggia su di me.

Quel testo, riporta una marcata nota di tristezza nelle sue parole, mentre io vorrei tentare un azzardo di quelli che ci piacciono. L’autunno è ormai a casa sua, e il primo novembre con un clima uggioso e malinconico non poteva presentarsi meglio. L’estate è alle spalle, ma questo non deve scoraggiarci alle belle camminate sia in città che fuori.

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Mi chiedo cosa c’è di più elettrizzante e controcorrente di una bella passeggiata sotto la pioggia? Posso sembrare “bastian contrario” ma io lo trovo affascinante al punto che il contesto mi dona una strana nota di allegria e spensieratezza. Ovvio che tutto va affrontato con disinvoltura e fuori dai canoni. Mi spiego meglio: non dobbiamo andare a lavorare ma essere spensierati e senza impegni, e con il giusto equipaggiamento. In quest’ultimo non è contemplato l’istituzionale ombrello che a mio avviso è solo un impiccio e candidato a essere dimenticato nel primo portaombrelli disponibile. Basta avere la giusta protezione di un capo impermeabile e di un buon cappello per proteggere la testa, ma soprattutto delle scarpe a tenuta di pozzanghere.

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Da piccoli la passione di tutti era fiondarci nelle pozze, e sguazzare in ogni tipo di acqua o fango che fosse, senza badare alle conseguenze, anzi forse sì, perché alcune, come le sgridate dei genitori, erano solenni. Oggi siamo “grandi”, e anche se apparire fuori di testa poco ci importa, non sarebbe piacevole prendere una bronchite dai piedi. Ho notato che durante un acquazzone, oltre a restare soli o quasi per strada, specie se vicini al verde possiamo sentire odori e rumori che altrimenti sarebbero sovrastati dai gas di scarico se fortunati, altrimenti, specie in grosse città, gli odori potrebbero essere di altra natura. Ma, quantunque le nostre protezioni non bastassero, al ritorno a casa una doccia bollente e una tisana, fungerebbero da sicuro rimedio a minacce di indesiderati malanni.

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Altra cosa è l’incontro con forti piogge durante le escursioni in trekking magari nel week end. Spesso le mete da raggiungere sono lontane dal punto che ci ospita per la notte o magari frutto di un mordi e fuggi dalla mattina alla sera. In questo caso le precauzioni vanno prese in modo più serio. Le scarpe, dall’autunno in avanti, devono essere tassativamente impermeabili perché anche in una bella giornata potremmo dover guadare un ruscello o attraversare pozzanghere, e restare con i piedi bagnati tutto il giorno non sarebbe piacevole. L’abbigliamento nella famosa formazione a cipolla deve essere una costante di tutto l’anno, ma in autunno dobbiamo ovviamente variare i pesi, perché potremmo incontrare freddo la mattina o al tramonto, mentre i raggi del sole ci regalerebbero clima mite durante il giorno.

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Ma non dimentichiamo che l’argomento di questa chiacchierata è la pioggia, quindi in virtù del clima di base dobbiamo dotarci di capi impermeabili per la protezione del busto e delle gambe. Io consiglio di spendere qualcosa in più e dotarsi di capi in goretex che traspirando eviterebbero l’accumulo di condensa tra il capo indossato e il corpo. Grazie a questa tecnologia, al ritorno a casa eviteremmo di trovare bagnati i capi a contatto con la pelle. Questo escluderebbe rischi di varia natura. Insomma, sia che il percorso sia di trekking cittadino, o fuori porta, un minimo di previdenza non guasta. Nonostante la tecnologia oggi ci garantisce app di previsioni metereologiche quasi infallibili, ricordiamo che specie in montagna la pioggia può coglierci di sorpresa in ogni momento, perché lassù, e d’inverno specialmente, il tempo cambia molto velocemente.

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Per quanto riguarda sia l’attrezzatura cittadina che quella per un trekking più impegnativo, ricordiamoci che le cose che indossiamo non devono durare un giorno, e che se faremo un investimento mirato, potremo godere dei benefici per diverso tempo. Affidiamoci a venditori esperti che sappiano consigliarci il meglio per le nostre esigenze, magari non on line, ma andando a toccare con mano quanto può rendere più piacevole una giornata fuori porta, o una passeggiata in città senza paura delle pozzanghere, anche se siamo cresciuti.

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Stiamo andando incontro a una stagione ricca di umidità e acqua, per cui se saremo previdenti anche l’autunno potrà essere piacevole da vivere e accogliere anche le piogge con un sorriso. Ricordate che il buon umore è la migliore medicina per tanti mali. A presto amici.




IL PIACERE DI CONOSCERE LA NEVE

Buongiorno a tutti, sono Maurizio e sono felice di guidarvi in un cammino virtuale che ci porti a conoscere le gioie e i piaceri della neve sia in montagna che in ghiacciaio.

Direte che siamo a giugno, quindi tutti gli attrezzi necessari riposano? Si ma non la nostra fantasia. Chi ama la montagna e i suoi paesaggi incantati sa bene che l’immaginazione lavora tutto l’anno, e seppur viviamo a contatto con il mare, molti di noi non aspettano altro che l’arrivo della neve.

sleedogIl perché è semplice: tutto ciò che si fa all’aperto ci da senso di infinito e libero, ma gli odori gli spazi e la full immertion nella natura che assaporiamo quando scendiamo dalla sedia di una seggiovia o indossiamo le ciaspole o affrontiamo un anello di fondo non hanno prezzo. Proprio questo vorrei esplorare con voi nei prossimi tempi. Quelli che sono gli svariati modi di conoscere al meglio questo fantastico elemento che è la neve e quelle che sono le sensazioni di gioia libertà e piacere e anche di responsabilità nel praticarla.

I modi sono svariati, dallo sci addirittura alle slitte (cani cavalli renne ecce cc) passando per kyte e sci di fondo o addirittura alle molteplici attività cognitive e di ricerca che attraverso la conoscenza dei ghiacciai ci da modo di sapere da dove veniamo e dove andiamo. Parleremo anche delle tante attività che sulla neve si svolgono per il salvataggio della fauna di montagna o di salvaguardia della stessa flora anche nel periodo invernale.

E tutto questo è possibile grazie a innumerevoli persone e organizzazioni istituzionali e no profit che mettono a disposizione della comunità le loro conoscenze e i loro mezzi perché tutti noi possiamo al meglio e in sicurezza godere di quello che di più sano ci offre madre natura.

Sarà un cammino lungo e spero piacevole che ci avvicinerà alla stagione invernale prima della quale vorrei guidarvi nella conoscenza dei più bei luoghi conosciuti e non, passando per la conoscenza di alcuni ghiacciaia che anche se ultimamente si ritirano, consentono a noi amanti, ma anche alle nazionali agonistiche, di poter iniziare gli allenamenti per la prossima stagione già in luglio, per così apprezzare al meglio un elemento a molti di noi caro.

Proverò anche ad avvicinare alcuni personaggi del mondo della neve sia come operatori del settore funiviario che del settore agonistico in modo da carpire loro piccoli segreti che meglio ci faranno avvicinare alla candida regina dei nostri inverni. Occhio quindi che sicuramente a breve parleremo di qualcosa di curioso ma che non vi anticipo: altrimenti che gusto c’è? A prestissimo




Passeggiate d’autunno

Le passeggiate d’autunno sono diventate un must grazie alla pratica del Foliage.

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Chi mi segue ricorda che lo scorso anno trattai del Foliage alla scoperta dei colori autunnali come pratica che da anni spopola, specie in Canada, Alaska e paesi del nord Europa. Sappiamo di essere vittime dell’esterofilia, e spesso ci fa anche piacere, ma quando torniamo con i piedi sulla terra dovremmo dare più spazio alla nostra lingua e alle nostre tradizioni. A mio avviso la primavera ha il suo interesse come rinascita della natura ed esplosione di colori e profumi che conducono alla nuova vita che culmina nell’estate, ma permettetemi di dire che il fascino dei colori e dei profumi dell’autunno non ha pari. La stagione che precede l’inverno, ha per il fisico un doppio significato. Sono appena due mesi dalle vacanze estive, eppure, con i tanti impegni che segnano il rientro alla routine (scuola, cambi di stagione, ritorno in palestra, diete varie ecc. ecc.) sembra passata un’eternità, facendo accumulare stress e tensione.

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L’inverno alle porte per molte persone che non amano la montagna (per questo c’è Big Mountain), rappresenta un periodo di pseudo letargo che ci porta a stare lontani dalla natura. Ecco perché le passeggiate d’autunno risultano essere un momento importante per il fisico e lo spirito. Ma avete mai provato ad attraversare un bosco in autunno? Secondo me non sono tanti quelli che hanno provato una vera immersione nella natura. I colori credo che non abbiano bisogno di commenti, sia per la loro vivacità, ma soprattutto perché posso dire, con cognizione di causa, che cambiano di giorno in giorno. I profumi hanno un che di magico grazie anche all’alta percentuale di umidità che conserva gli aromi. Il legno delle cortecce o le foglie accumulate sul terreno, contribuiscono a esaltare le varie essenze di torba. Ma credo, che il senso che trionfi in assoluto sia l’udito. Provate a fermarvi, magari sedendovi su un masso, e rilassate corpo e anima. La natura vive e respira con tutte le sue seppur impercettibili attività. Lo scorrere di un ruscello, il cadere delle foglie, lo scricchiolio del legno o il semplice fruscio del vento, costituiranno un vero concerto.

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E se provate a chiudere gli occhi, la sensazione verrà amplificata donandovi momenti sublimi. Queste passeggiate possono essere anche intese come propedeutiche alle attività fisiche invernali come sci escursionismo o tanto altro. In questo caso verranno affrontate in modo diverso e più severo, nei tempi e nei ritmi, ma anche in quel caso la tentazione di ritrovarsi in un momento come quello di sopra sarà forte e non ve ne pentirete. Molte città hanno parchi abbastanza grandi che consentono di calarsi nella natura in modo simile a quello dei boschi di montagna, ma vi garantisco (se potete allontanarvi) che il bosco di collina o di montagna non ha pari. Non avrete limiti di tempo o di percorso, perché ognuno interpreta quello che più sente funzionale a sé stesso. E poi, cosa c’è di meglio che regalarsi a fine passeggiata un sano pranzo a base delle pietanze tipiche della stagione? In questo periodo abbiamo in cucina il trionfo dei funghi o della zucca, e gustosissime polente. Iniziano le castagne, sperando che i parassiti non ci rovinino la stagione come lo scorso anno.

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Altro appuntamento è con il vino novello che saluta l’ultima vendemmia. Tutti questi sapori e aromi, possono essere riscoperti anche visitando sagre e feste a tema di cui è disseminata la nostra penisola. Attenzione però: non avete molto tempo per godere al meglio il periodo. La natura sta andando in stand bye ma non ancora per molto, il termometro saranno i colori che pian piano si spegneranno dal rosso verso il marrone, e la temperatura diverrà consona all’inverno che è alle porte. Diamoci quindi una mossa e al prossimo week end, senza esitazioni, scegliamo una meta di montagna o di collina e andiamo ad apprezzare questo momento, che a mio avviso resta unico nell’anno. Buona passeggiata, e se vi va, fatemi sapere




Aria nuova nel Parco

  1. Aria di nuovo nel Parco Nazionale di Abruzzo, Lazio e Molise.

Come anticipato tempo fa, ho intervistato nella bellissima sede di Pescasseroli in provincia de L’Aquila il nuovo direttore dell’ente Parco dott. Luciano Sammarone. Il dottor Sammarone è una nostra vecchia conoscenza come amico di Big Mountain, perché ci ha già rilasciato l’intervista Carabinieri Forestali per la Biodiversità nel precedente ruolo di colonnello comandante di questo nucleo a Castel di Sangro. Questo dottore in scienze forestali ha una lunga e blasonata carriera a tutela della natura prima nel vecchio Corpo Forestale dello Stato, poi nei Carabinieri che hanno inglobato la specialità. Adesso ha accettato questa nuova sfida, mettendosi in aspettativa dall’Arma il 30 settembre scorso, e ricevendo il primo ottobre l’incarico direttamente dalle mani del Ministro per l’Ambiente Costa.

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Il Parco nasce nel 1923 e si contende il primato di primo Parco Nazionale italiano con quello Gran Paradiso per pochi giorni. Parliamo di un periodo a cavallo delle due guerre mondiali del secolo scorso, tempi in cui sappiamo che la tutela dell’ambiente era lontana dall’essere affrontata, eppure il Parco venne costituito per tutelare dal bracconaggio, allora molto diffuso, sia l’orso marsicano che il camoscio appenninico dal di estinzione. Oggi, il Parco occupa una superficie di circa 50.000 ettari sul territorio di 25 comuni, in tre provincie (L’Aquila, Frosinone e Isernia). Conta 90 dipendenti divisi tra le aree amministrativa, scientifica e tecnica, e di questi ben 40 sono guardie con compiti di sorveglianza e prevenzione, dislocati in 12 reparti distribuiti sul territorio. A loro si aggiunge un nucleo di Carabinieri Forestali, completamente dedicati alla vigilanza della struttura.

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La presentazione del dott. Sammarone continua illustrandoci una caratteristica di questo parco che altri non hanno, ovvero la ZPE che sarebbe la zona di protezione esterna allo stesso. È una fascia cuscinetto che gira attorno ai limiti del Parco, e che gode di alcune peculiarità. In quest’area, contrariamente alle normali aree libere dove le regioni provvedono a dettare le norme di caccia, le regole venatorie vengono concordate con l’Ente Parco. In quest’area l’Ente provvede anche a dettare le norme per la zootecnia, i boschi, l’agricoltura e l’attività estrattiva delle cave. In questa ZPE, in merito alla caccia, vige anche la regola che questa può essere praticata solo dai residenti. Questo particolare non trascurabile, fa sì che mentre in aree libere da vincoli in Italia abbiamo mediamente un cacciatore ogni 16 ettari, qui ne abbiamo uno ogni 40. Ovviamente è una norma che non piace a tutti i cacciatori, tanto che si sta cercando di trovare un accordo con le regioni per accomodare il tutto.

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Alla domanda se il direttore del Parco veda la caccia di buon occhio, il dott. Sammarone mostra tutta la sua competenza e il suo equilibrio. Precisando che nell’area parco la caccia è tassativamente vietata, il problema riguarderebbe solo la ZPE, ma la risposta riguarda anche zone esterne alla stessa. I tempi sono cambiati rispetto al secolo scorso, dove spesso si assisteva a una caccia incontrollata che in alcuni territori stava portando addirittura all’estinzione di alcune specie. Oggi, per una serie di motivi burocratici, economici e restrittivi i cacciatori sono molti meno e le regole più ferree. Inoltre, grazie alle aree protette, la fauna ha avuto modo di riprodursi, e l’attività di controllo porta a vedere oggi la caccia come un fenomeno per nulla invasivo e dannoso per l’equilibrio dei territori. Il bracconaggio è un fenomeno scomparso in gran parte dell’Abruzzo e dell’Italia stessa. È indispensabile però non confondere l’attività venatoria con una corretta gestione faunistica.

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Su quest’ultima andrebbero infatti investite risorse per un’attività di monitoraggio e gestione di tutte le specie e del territorio. A fronte di questa gestione in vita 12 mesi all’anno, ben poca cosa sarebbero gli ormai quasi 3 mesi appena di caccia ben regolamentata. Il Parco, nato per tutelare l’orso e il camoscio, nel 2014 vede la popolazione del primo ammontare a più di 50 unità (la natalità è del 50% superiore al numero di morti) tendenti quindi all’aumento. L’orsa Peppina che lo scorso anno ha partorito fuori dal parco si palesa spesso nella zona di Pettorano sul Gizio dove esiste un corridoio virtuale con il Parco della Majella che già registra la presenza di altri marsicani. Questo corridoio ad esempio è rispettato dai cacciatori in accordo con la regione, nonostante sia al di fuori anche della ZPE. Purtroppo, l’orso, contrariamente al camoscio che ha creato altri branchi anche fuori dal parco fino ai monti Sibillini, non può biologicamente traslare facilmente in altri habitat, per cui la sua esistenza necessita di maggiori attenzioni e va sempre considerato a rischio.

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Altra storia è il cinghiale, che ben sappiamo essere spesso un pericolo sia per gli agricoltori che per la circolazione. Anche qui si lavora migliorando le tecniche di caccia con un cane per ogni cacciatore, anziché le vecchie “braccate” che erano mute di più cani, spesso pericolose per altre specie orsi compresi. Il cinghiale, ci ricorda il direttore, essere un animale che diventa fertile per peso e non per età. Questo comporta una maggiore natalità dovuta all’ambiente generoso di cibo. In passato saranno pure stati importati dall’estero per ripopolamento, ma oggi dalle recenti ricerche ISPRA (istituto superiore protezione ricerca ambientale), la maggioranza di questi animali risulta avere un corredo genetico locale.

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È intenzione del dott. Sammarone, in accordo con i responsabili dell’area scientifica del parco, avviare un monitoraggio di altre specie del parco come il lupo appenninico, che nonostante sia fuori pericolo di estinzione oggi soffre per l’ibridazione con cani randagi. Si avvierà un monitoraggio sia delle lontre ormai numerose, che dei cervi. A tutela di queste specie si sta portando avanti il progetto Life Crossing di concerto con Regioni e Anas, per approntare sistemi di attraversamento delle strade per gli animali. Si eviteranno così numerosi pericoli per automobilisti e animali stessi, attraverso sottopassi con barriere e segnali sonori. Alla domanda provocatoria se fosse cosa buona salvaguardare tutto il territorio nazionale con le stesse regole dei parchi, il dott. Sammarone mi riporta una frase del dott. Alessandrini storico direttore del fu Corpo Forestale dello Stato: “la vera sfida dei parchi è il parco non parco”.

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E tutti siamo consapevoli che questa sfida infatti si vincerà fuori dalle aree protette con migliori strutture, uomini appassionati e una coscienza dedicata all’amore per quello che è un patrimonio di tutti. L’incarico del dott. Sammarone ha una durata di 5 anni rinnovabili, e con un Presidente come il prof. Cannata rettore dell’università di Campobasso, anche lui di recente nominato dal ministro Costa si vuole mostrare un impegno ben preciso a sviluppare una politica dedicata alla tutela e allo sviluppo di questa grande risorsa che è l’ambiente. Il Parco è inserito nella Carta Europea del Turismo Sostenibile, e questa è una risorsa preziosissima alla quale sembra tutti stiano dedicando attenzione. A settembre, quando l’orsa Giacomina ha passeggiato per le vie di Villetta Barrea, ha richiamato l’attenzione di circa 25 giornalisti e reporter stranieri. Questo è un grosso input per il turismo locale. Prima però di salutare il mio illustre interlocutore, mi preme sapere da lui cosa ci terrebbe a realizzare, e lui mi dice giustamente che se alla fine del suo mandato riuscirà a portare avanti quanto già in cantiere potrà sentirsi soddisfatto.

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Ma ancor di più se riuscirà a donare al Parco un piano e un regolamento di cui ad oggi è sprovvisto. In ultimo, per alimentare la passione di Big Mountain per l’ambiente, mi sono immolato a chiedergli degli utili consigli per tutti. La risposta è stata sorprendente perchè in linea con i miei precedenti articoli, ovvero: tutti possiamo nel nostro piccolo contribuire, e anche piccoli gesti quotidiani come bandire i monouso. Insomma, un lavoro corale nostro, del Parco e delle autorità, senza proclami propagandistici ma con un lavoro costante può migliorare la nostra casa comune ovvero l’ambiente. A nome di Big Mountain mi sento di rivolgere al dottor Luciano Sammarone un grazie e un grosso augurio di buon lavoro da girare anche a chi collabora con lui. Il Parco come tutte le aree protette è la casa di tutti. Curiamola e andiamo a visitarla nel centro visite di Pescasseroli, nel museo del lupo a Civitella Alfedena o nei centri informazione dei 25 comuni di cui fa parte, oltre alla rete che fornisce sempre utili notizie.




La casa sull’albero, un sogno che diventa realtà

Possedere una casa sull’albero è stato il sogno di molti bambini e oggi può diventare realtà.

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Tanti di noi da piccoli (tranne i pochi che hanno potuto permetterselo) hanno sognato di averne una, o per emulare gli adulti in uno spazio autonomo dove gestire la propria vita o per rifugiarsi dal mondo all’apparenza ingiusto dei grandi. Sul perché di questa voglia le scuole di pensiero sono diverse. Si pensa che dall’alba dell’umanità il rifugio sollevato da terra permettesse una visione d’insieme e un riparo da ospiti indesiderati. Quello che è stato rimarrà una supposizione perché non suffragato da alcuna certezza, ma resta il fatto che tutt’oggi il desiderio di vedere le cose dall’alto ci dà la sensazione di controllo di tutto ciò che ci circonda, e ci permette di vivere a stretto contatto con una natura pulsante, pulita e priva di rumori fastidiosi.

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Le comunità arboricole nel corso degli anni sono aumentate, e se in tanti hanno abbracciato questo stile di vita, ci saranno dei buoni motivi. Qualche tempo fa ho seguito una serie televisiva che parlava proprio di strane case sugli alberi, e posso dire di averne viste di tutte le fogge. Molte di queste sono anche riportate nelle slide show di questo articolo. Ma per restare con i piedi per……aria, senza scomodare le opinabili americanate, ci può servire come riferimento il passo fatto da una famiglia torinese che dal 2002, sui monti Pelati in Piemonte, ha scelto di dare un radicale cambiamento alle proprie abitudini di vita. Un bel giorno padre, madre e la loro piccola hanno eletto a domicilio i boschi attorno a queste montagne, iniziando a costruire qui la loro dimora. Certo le attenzioni e la fatica necessarie non sono state poche, sia per il peso della materia prima da portare in alto, sia perché, contrariamente alle apparenze, queste abitazioni non gravano affatto sull’albero nell’ottica del rispetto per l’ambiente ospitante.

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Le strutture infatti poggiano su solidi pilastri di legno conficcati nel terreno che al massimo inglobano l’albero e lo fanno con materiali assolutamente non invasivi per l’amico vegetale. Pian piano questi amici hanno attirato altri potenziali arboricoli che hanno costituito una vera e propria comunità.  Le costruzioni sono aumentate, creando a circa sette metri da terra, un mini villaggio dotato anche delle aree comuni per passare insieme spazi della giornata come il pranzo che è preannunciato dal suono di caratteristiche conchiglie che urtano tra loro. Sia chiaro che i componenti di questo borgo semi aereo, non si sentono figli dei fiori o estremisti ambientalisti. Infatti tutti loro continuano a svolgere in città o altrove le normali attività di ufficio o di studio che facevano prima.È cambiata solo la loro dimora e di conseguenza, nella totale full immertion nella natura, il loro stile di vita. I ritmi, gli aromi e i suoni accompagnano la loro giornata, e durante le ore trascorse in casa, assaporano tutto quello che di bello e buono i nostri amici alberi sono in grado di donarci. In Italia, sulla scia di questi invidiabili pionieri, stanno nascendo strutture di accoglienza turistica che offrono ospitalità a pochi metri da terra, anche se inserite in resort con tutti i confort.

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Infatti la vita sugli alberi, grazie anche alle moderne tecnologie che catturano l’energia solare e eolica, è accompagnata spesso da elettricità, idromassaggio, aria condizionata e wi fi per gli irriducibili. Sono nate aziende specializzate per la progettazione e la realizzazione di queste strutture, e possono accontentare tutte le tasche partendo addirittura da € 20.000,00 all’infinito o quasi.  E cosa bellissima, grazie a loro, se si dispone di un bel giardino alberato, si può creare per i più piccoli la famosa casa sull’albero che forse in tanti abbiamo desiderato ma mai avuto. Vi invito quindi a mettervi alla ricerca di strutture turistiche dotate di rifugi sugli alberi perché a mio avviso è un modo per stare nella natura vera e riconciliare lo spirito e il corpo dopo un anno trascorso a contatto con lo stress quotidiano. Non dimenticate di farmi sapere se vi è piaciuta.