L’abruzzese forte e gentile, ma non troppo

Emblema dell’Abruzzo pastorale, il pastore abruzzese maremmano è una razza canina di rara bellezza dal pelo bianco, soffice e abbondante e dal carattere forte e gentile.

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Fiero, diffidente e impavido come ogni buon abruzzese che si rispetti, è fortemente legato al territorio un po’ come il suo omologo umano. Sicuramente il suo segno distintivo non è l’ubbidienza cieca o la sottomissione totale, piuttosto lo sono la fedeltà, il coraggio e la grande dedizione. Non è un cane che si lascia comandare passivamente, poiché dotato di enorme fierezza e dignità e anche di un innato senso di responsabilità verso tutto ciò che deve proteggere, siano essi greggi, proprietà o persone. E’ dotato di un ottimo equilibrio nervoso che gli consente di controllare le proprie reazioni di fronte a stimoli diversi. Forte e cosciente della sua stazza è normalmente calmo, basta non invadere il suo territorio che osserva e custodisce con attenzione e scrupolo.

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Dotato di un’intelligenza pronta, è capace di prendere decisioni in autonomia come ad esempio scortare un animale ferito o proteggere una pecora durate la delicata fase del parto. Grazie alle caratteristiche del loro pelo, amano stare sotto le intemperie. La storia di questa razza è antichissima, nota già ai tempi dei Romani, utilizzata soprattutto come lo è ora per proteggere le greggi dagli assalti dei lupi e degli orsi. Proprio per questo motivo fu selezionata questa razza dalla livrea candida non confondibile con i predatori.

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Da sempre la terra d’Abruzzo è legata al rito della transumanza, cioè lo spostamento delle greggi in autunno verso i pascoli pugliesi, per poi ritornare poco prima dell’estate. Tutto questo avviene lungo il “Tratturo Magno” che con i sui 244 km e la sua vasta rete di strade battute collega la Basilica di Collemaggio alle pianure foggiane. Indispensabile per guidare e proteggere il gregge nei suoi spostamenti, il pastore abruzzese è diventato parte integrante della cultura pastorale e per gli stessi motivi è da sempre stato scelto per proteggere gli animali nelle masserie disseminate su tutto il territorio. I tempi sono cambiati, ma l’amore tra l’Abruzzo e il suo cane è rimasto, indissolubilmente uniti da un legame atavico e viscerale.

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L’animale che protegge le greggi è sempre presente, ma sempre più spesso è un fiero ed efficiente animale domestico che protegge con amore il suo capitale umano. A conferma di quanto sopra ho voluto conoscere di persona chi a questa razza ha legato affetti e lavoro. Sono stato a Paganica in provincia dell’Aquila per conoscere Vincenzo che è un pastore proprietario di Giorgio di cui vedete le foto. Giorgio è ormai anziano con ben 13 anni di vita vissuta tra combattimenti con lupi e accoppiamenti con cani venuti da mezza Italia. È un esemplare fiero e maestoso che nonostante l’età gode ancora del suo carisma e da solo provvede alla sicurezza della stalla.

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Vincenzo mi ha aperto le porte di casa sua come tutti gli abruzzesi doc e mi ha raccontato tante storie di Giorgio che lo rendono fiero ma che fanno trasparire un velo di tristezza perché un esemplare come il suo Giorgio sarà difficile replicare per bellezza, fedeltà e operosità. Insomma, Giorgio è l’emblema di questa razza non sempre simpatica e vogliosa di coccole, ma solo perché è dedita al lavoro e alla protezione degli spazi che assume a propri. In conclusione mi preme raccomandare di non farci tentare dalla tenerezza dei suoi cuccioli se non abbiamo gli spazi e le condizioni adeguate per garantir loro un habitat quanto meno simile a quello a cui è abituato da secoli. Estirparli dalle sue radici equivarrebbe a condannarli a vita.




IL PIACERE DI CONOSCERE LA NEVE

Buongiorno a tutti, sono Maurizio e sono felice di guidarvi in un cammino virtuale che ci porti a conoscere le gioie e i piaceri della neve sia in montagna che in ghiacciaio.

Direte che siamo a giugno, quindi tutti gli attrezzi necessari riposano? Si ma non la nostra fantasia. Chi ama la montagna e i suoi paesaggi incantati sa bene che l’immaginazione lavora tutto l’anno, e seppur viviamo a contatto con il mare, molti di noi non aspettano altro che l’arrivo della neve.

sleedogIl perché è semplice: tutto ciò che si fa all’aperto ci da senso di infinito e libero, ma gli odori gli spazi e la full immertion nella natura che assaporiamo quando scendiamo dalla sedia di una seggiovia o indossiamo le ciaspole o affrontiamo un anello di fondo non hanno prezzo. Proprio questo vorrei esplorare con voi nei prossimi tempi. Quelli che sono gli svariati modi di conoscere al meglio questo fantastico elemento che è la neve e quelle che sono le sensazioni di gioia libertà e piacere e anche di responsabilità nel praticarla.

I modi sono svariati, dallo sci addirittura alle slitte (cani cavalli renne ecce cc) passando per kyte e sci di fondo o addirittura alle molteplici attività cognitive e di ricerca che attraverso la conoscenza dei ghiacciai ci da modo di sapere da dove veniamo e dove andiamo. Parleremo anche delle tante attività che sulla neve si svolgono per il salvataggio della fauna di montagna o di salvaguardia della stessa flora anche nel periodo invernale.

E tutto questo è possibile grazie a innumerevoli persone e organizzazioni istituzionali e no profit che mettono a disposizione della comunità le loro conoscenze e i loro mezzi perché tutti noi possiamo al meglio e in sicurezza godere di quello che di più sano ci offre madre natura.

Sarà un cammino lungo e spero piacevole che ci avvicinerà alla stagione invernale prima della quale vorrei guidarvi nella conoscenza dei più bei luoghi conosciuti e non, passando per la conoscenza di alcuni ghiacciaia che anche se ultimamente si ritirano, consentono a noi amanti, ma anche alle nazionali agonistiche, di poter iniziare gli allenamenti per la prossima stagione già in luglio, per così apprezzare al meglio un elemento a molti di noi caro.

Proverò anche ad avvicinare alcuni personaggi del mondo della neve sia come operatori del settore funiviario che del settore agonistico in modo da carpire loro piccoli segreti che meglio ci faranno avvicinare alla candida regina dei nostri inverni. Occhio quindi che sicuramente a breve parleremo di qualcosa di curioso ma che non vi anticipo: altrimenti che gusto c’è? A prestissimo




Salvare la nostra montagna è un dovere per noi e per i nostri figli

Salvare un habitat immacolato come la montagna non è una scelta, ma un dovere e una missione per i nostri figli.

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E’ doveroso occuparsi tutti insieme della conservazione dei posti che frequentiamo, e se questi posti sono l’habitat che flora e fauna è riuscita a conservare per millenni, noi non possiamo fare altro che adeguarci. La stagione invernale si è conclusa da poco e se ci avventuriamo nei luoghi che fino a poche settimane fa attraversavamo con gli sci, è proprio questo il momento in cui dobbiamo capire perchè occuparci dell’habitat. Seguitemi in questa passeggiata, e insieme cerchiamo di capire dove sbagliamo.

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Attrezzati per bene, partiamo dalla base di un qualunque impianto di risalita. La malinconia per le giornate passate a sciare è forte, le sedie delle seggiovie ferme mettono tristezza, ma il paesaggio intorno ci dà lo stimolo giusto a continuare. Le piste hanno ancora neve, quindi ci conviene proseguire ai lati, quasi nel bosco. In montagna si sa che il ritmo del passo deve essere lento, altrimenti il fiato difetta, e proprio grazie a questo ritmo iniziamo a vedere quello che non vorremmo. Lo sciogliersi della neve restituisce tutto quello che in inverno lasciamo in questi posti immacolati per eccellenza. Si va dai pacchetti di sigarette vuoti, alle lattine, le bottiglie di plastica, i pacchetti di caramelle e le buste di polietilene, che ben sappiamo quanti anni impiegano per biodegradarsi.

salv6Troviamo anche involucri di alimenti in plastica o cartone. Tutto questo impone più di una riflessione. Certo, molte cose si possono perdere, come succede dappertutto, e specie se la neve è fresca è difficile recuperarle. Ma dovete spiegarmi uno scarpone da sci in mezzo a una pista in primavera cosa ci fa. Mi chiedo: il malcapitato con il freddo, scalzo, come è tornato a valle? Uno sci può cadere dalla seggiovia, o un infortunato lo ha abbandonato, oppure gli occhiali li puoi perdere in una caduta e magari non li trovi più.

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Ma tutto quello che è materiale di consumo perché lo abbandoniamo per strada, e non ci prendiamo la briga di lasciarlo nei contenitori appositi alla base degli impianti? Vi assicuro che ce ne sono tanti. Ci sono fior di progettisti che lavorano per capire come recuperare la terra che lo scioglimento delle nevi porta a valle, e riciclarla sulle piste da sci, o come recuperare l’acqua dalla neve che si scioglie per reimpiegarla nell’innevamento artificiale. Invece noi sulle piste ripetiamo le stesse pessime abitudini che abbiamo in città?

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Che ci costa preservare l’ambiente con pochi gesti semplici? Dovremmo riflettere di più su queste cose. Sia perché comportarsi nascondendo la testa sotto la sabbia (o neve che si voglia) non paga, visto che la natura restituisce sempre tutto (come lo scarpone), e sia perché in un futuro non molto lontano le falde acquifere subiranno l’inquinamento di quello che noi ci mandiamo. Queste pessime abitudini di inquinare aree immacolate si ripercuoteranno, forse non su di noi, ma su chi abbiamo il dovere di preservare: I NOSTRI FIGLI




Carabinieri Forestali per la Biodiversità

Andiamo oggi a conoscere le attività dei Carabinieri Forestali per la biodiversità.

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Noi, che amiamo la montagna e la natura tutta, dovremmo conoscere quanto viene fatto da questa istituzione creata proprio per la tutela dell’habitat e delle specie che in esso albergano. Grazie a un’autorizzazione ottenuta dall’ufficio cerimoniale dell’Arma dei Carabinieri, ho avuto il privilegio e il piacere di intervistare il colonnello Luciano Sammarone a capo di una di queste unità a Castel di Sangro in provincia dell’Aquila.

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Come molti sapranno, dal primo gennaio 2017 il Corpo Forestale dello Stato è stato integrato nell’Arma dei Carabinieri dando vita ai Carabinieri Forestali. La cosa piacevole di questa fusione è che nei loro uffici si ha la netta sensazione che le due istituzioni convivano perfettamente, perché l’una renda la vita più agevole all’altra, specie in territori dove la natura è padrona come l’Abruzzo. Il colonnello Sammarone, laureato in scienze forestali, è da 25 anni nell’amministrazione e si è formato al seguito di un ottimo comandante come il dott. Giovanni Potena.

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È infatti grazie al connubio di questi due amanti della natura che dopo gli anni ’90, a tutela e salvaguardia dell’orso bruno marsicano, fu istituita un’anagrafe per l’analisi genetica del DNA. Negli uffici di Castel di Sangro arrivò anche un biologo napoletano che si occupò di far analizzare e catalogare le varie tracce ricavate da ciuffi di peli, e garantire così un censimento di gran lunga più affidabile dei precedenti ricavati da metodi approssimativi come lo studio delle impronte. Grazie a tutto questo oggi sappiamo che la popolazione di orsi nei vari Parchi d’Abruzzo (Parco Nazionale, Parco della Majella e Parco del Gran Sasso) è attestata intorno ai 50/60 esemplari con una vitalità eccellente e un positivo rapporto tra le nascite e le dipartite.

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Infatti, molti di questi esemplari sono seguiti con radiocollari non invasivi che danno modo agli operatori di conoscere aree di spostamento ed eventuali accoppiamenti. Grazie a questa tutela e all’istituzione di parchi e aree protette, abbiamo visto Gemma andare in giro per Villalago con due dei suoi cuccioli e Peppina, che è presumibilmente sua figlia, aggirarsi per Pettorano sul Gizio. Anche la bellissima Pescocostanzo, lo scorso anno, è stata visitata più volte da un ottimo esemplare di marsicano. Tutto questo però non deve far sedere sugli allori gli uomini al comando del colonnello Sammarone. Loro ben sanno essere a rischio di estinzione la sottospecie di orso bruno marsicano, discendente dell’orso bruno che troviamo sulle Alpi e in buona parte d’Europa. Il percorso di salvaguardia e tutela è ancora lungo e nulla va trascurato. Pensate che basterebbe un’infezione alle vie respiratorie per decimare questa già sparuta comunità.

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Qui entra in ballo la prevenzione e l’informazione che instancabilmente i Carabinieri Forestali portano avanti sul territorio. Due anni, fa un’orsa è morta perché attaccata dalla tubercolosi contagiata da un allevamento bovino. Questo è imperdonabile, perché se esistono tanti operatori che allevano bestiame secondo le regole di madre natura, e dettate anche dalle normative vigenti, purtroppo, tanti altri si dicono allevatori a puro scopo speculativo, raccogliendo solo contributi e risarcimenti senza minimamente occuparsi dello stato di salute degli animali. Altra piaga è il bracconaggio indiretto che qualche sciagurato pratica attraverso l’uso di polpette avvelenate. Si, avete capito bene, proprio le famose polpette avvelenate di un tempo. Rivolte principalmente ai lupi che ignari vagano nel loro ambiente, e trovano pollai non protetti. Purtroppo, le polpette capitano anche nel pasto di un orso e non solo.

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A tale scopo i Carabinieri Forestali, qualche anno fa, nel parco del Gran Sasso resero operativa la prima unità cinofila antiveleno. Oggi, queste unità sono 11 attraverso il progetto Pluto e operano tra Appennini e Alpi per monitorare le zone calde dove questi fenomeni tristemente si ripetono. La nostra conoscenza con i Carabinieri Forestali oggi si ferma a quanto fanno per l’orso, ma siccome l’unità del colonnello Sammarone gestisce anche aziende dedite ad allevamento (Feudozzo ad esempio alleva il cavallo persano), e a didattica come quella del monte Velino con annesso museo, ho il piacere di anticiparvi che nel prossimo incontro vi racconterò quanto si sta facendo per quell’animale stupendo che è il lupo, il quale per fortuna è fuori pericolo di estinzione, ma è a rischio ibridazione per incroci con cani randagi spesso abbandonati dai pastori. Per capire chi è il colonnello Sammarone mi è bastato vedere la tristezza nel suo volto quando mi ha spiegato che una foto nel suo ufficio ritraeva l’orsetta Morena morta appena a un anno e mezzo per un errata diagnosi. La natura ha bisogno dei Carabinieri Forestali e noi abbiamo bisogno di una natura tutelata da loro. Alla prossima.




L’oro rosso d’Abruzzo, lo zafferano dell’Aquila dop

Lo zafferano coltivato nelle terre aquilane, l’oro rosso d’ Abruzzo è una delle spezie più pregiate in assoluto.

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La sua produzione segue pratiche che si tramandano di generazione in generazione. I magnifici fiori di croco sbocciano solo per un breve periodo dell’anno, e la sua coltivazione è possibile solo in pochi luoghi al mondo. Lo spettacolo della fioritura è davvero straordinario con i campi tappezzati di magnifici fiori viola. In Abruzzo si organizzano tour nel mese di ottobre alla scoperta di questa nobile spezia per scoprire e apprezzare le varie fasi della produzione. La più scenografica è quella della fioritura e del raccolto. Sull’altopiano di Navelli questa spezia, importata in Italia dalla Spagna grazie al monaco domenicano Santucci nel 1230, trova le condizioni micro climatiche ideali.

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L’altopiano gode di estati asciutte ma non secche e primavere piovose ma non eccessivamente fredde; inoltre il terreno è ricco di minerali e la pendenza evita il ristagno di acqua e di umidità. Per queste caratteristiche, viene considerato il migliore al mondo per qualità, tanto da essere definito l’oro rosso di Navelli. Proprio in questo periodo, a metà ottobre ha luogo la fioritura e quindi la raccolta. I campi vengono arati in primavera ad una profondità di 30 cm e fertilizzati esclusivamente con concime animale, senza uso di altri fertilizzanti.  I terreni sono sottoposti a rotazione e non si semina mai nello stesso punto per due anni di seguito. In estate i bulbi della stagione precedente vengono dissotterrati a mano. Una volta dissotterrati, i bulbi vengono svestiti del vecchio residuo e controllati accuratamente per verificarne lo stato di salute. Dopo questa operazione il bulbo viene trapiantato nelle porche, appositi solchi preparati nel terreno. Ogni bulbo produrrà tre o quattro fiori.

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Alle prime luci dell’alba prima che i fiori si aprano, i raccoglitori si recano sui campi, e con mani esperte procedono alla raccolta nel modo più attento e delicato possibile.  Ecco perché il costo dei preziosi stimmi di zafferano è così elevato. Successivamente viene effettuata la sfioratura cioè vengono estratti i tre stammi rossi che costituiscono il cuore del fiore, la preziosa spezia tanto apprezzata in cucina. La fase della lavorazione però non si ferma qui, gli stammi vengono sistemati in un apposito setaccio e appesi per circa 20 minuti in un camino con della brace di legno di mandorlo o di quercia. Questa fase detta tostatura, consente di conservare l’aroma e il tipico colore rosso, ma fa diminuire il peso del prodotto di circa 5/6 volte. Occorrono circa 5oo ore di lavoro per ottenere 1 kg di di zafferano e circa 250.000 fiori. Oltre al più noto uso in cucina, il Crocus Sativus, questo è il suo nome scientifico, vanta innumerevoli proprietà curative, infatti i principi attivi presenti in questa pianta agiscono beneficamente sul sistema nervoso regolando l’umore e il sonno. Grazie alle proprietà antiossidanti dei carotenoidi in esso presenti, lo zafferano ha effetti benefici sulla memoria e sull’apprendimento, inoltre sono allo studio anche effetti benefici per la cura del morbo di Alzheimer.

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Una recente ricerca condotta da un gruppo di studiosi, in collaborazione con l’Università degli Studi dell’Aquila, ha fatto emergere che lo zafferano ha notevoli effetti sui geni che regolano le prestazioni delle cellule responsabili della vista. In commercio lo zafferano è disponibile macinato in bustine già dosate, oppure in barattolo con i filamenti ancora integri. Per i consumatori la regola numero uno è però di fare attenzione alle imitazioni e contraffazioni in circolazione, cercando ogni volta la garanzia della zona di produzione e provenienza. Tanti sono i motivi per apprezzare l’oro rosso d’ Abruzzo siano essi un ottimo risotto alla milanese o uno scopo terapeutico, in entrambi i casi ne avremo solo effetti positivi.

a cura di Sabina Sartorelli




Passeggiate d’autunno

Le passeggiate d’autunno sono diventate un must grazie alla pratica del Foliage.

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Chi mi segue ricorda che lo scorso anno trattai del Foliage alla scoperta dei colori autunnali come pratica che da anni spopola, specie in Canada, Alaska e paesi del nord Europa. Sappiamo di essere vittime dell’esterofilia, e spesso ci fa anche piacere, ma quando torniamo con i piedi sulla terra dovremmo dare più spazio alla nostra lingua e alle nostre tradizioni. A mio avviso la primavera ha il suo interesse come rinascita della natura ed esplosione di colori e profumi che conducono alla nuova vita che culmina nell’estate, ma permettetemi di dire che il fascino dei colori e dei profumi dell’autunno non ha pari. La stagione che precede l’inverno, ha per il fisico un doppio significato. Sono appena due mesi dalle vacanze estive, eppure, con i tanti impegni che segnano il rientro alla routine (scuola, cambi di stagione, ritorno in palestra, diete varie ecc. ecc.) sembra passata un’eternità, facendo accumulare stress e tensione.

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L’inverno alle porte per molte persone che non amano la montagna (per questo c’è Big Mountain), rappresenta un periodo di pseudo letargo che ci porta a stare lontani dalla natura. Ecco perché le passeggiate d’autunno risultano essere un momento importante per il fisico e lo spirito. Ma avete mai provato ad attraversare un bosco in autunno? Secondo me non sono tanti quelli che hanno provato una vera immersione nella natura. I colori credo che non abbiano bisogno di commenti, sia per la loro vivacità, ma soprattutto perché posso dire, con cognizione di causa, che cambiano di giorno in giorno. I profumi hanno un che di magico grazie anche all’alta percentuale di umidità che conserva gli aromi. Il legno delle cortecce o le foglie accumulate sul terreno, contribuiscono a esaltare le varie essenze di torba. Ma credo, che il senso che trionfi in assoluto sia l’udito. Provate a fermarvi, magari sedendovi su un masso, e rilassate corpo e anima. La natura vive e respira con tutte le sue seppur impercettibili attività. Lo scorrere di un ruscello, il cadere delle foglie, lo scricchiolio del legno o il semplice fruscio del vento, costituiranno un vero concerto.

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E se provate a chiudere gli occhi, la sensazione verrà amplificata donandovi momenti sublimi. Queste passeggiate possono essere anche intese come propedeutiche alle attività fisiche invernali come sci escursionismo o tanto altro. In questo caso verranno affrontate in modo diverso e più severo, nei tempi e nei ritmi, ma anche in quel caso la tentazione di ritrovarsi in un momento come quello di sopra sarà forte e non ve ne pentirete. Molte città hanno parchi abbastanza grandi che consentono di calarsi nella natura in modo simile a quello dei boschi di montagna, ma vi garantisco (se potete allontanarvi) che il bosco di collina o di montagna non ha pari. Non avrete limiti di tempo o di percorso, perché ognuno interpreta quello che più sente funzionale a sé stesso. E poi, cosa c’è di meglio che regalarsi a fine passeggiata un sano pranzo a base delle pietanze tipiche della stagione? In questo periodo abbiamo in cucina il trionfo dei funghi o della zucca, e gustosissime polente. Iniziano le castagne, sperando che i parassiti non ci rovinino la stagione come lo scorso anno.

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Altro appuntamento è con il vino novello che saluta l’ultima vendemmia. Tutti questi sapori e aromi, possono essere riscoperti anche visitando sagre e feste a tema di cui è disseminata la nostra penisola. Attenzione però: non avete molto tempo per godere al meglio il periodo. La natura sta andando in stand bye ma non ancora per molto, il termometro saranno i colori che pian piano si spegneranno dal rosso verso il marrone, e la temperatura diverrà consona all’inverno che è alle porte. Diamoci quindi una mossa e al prossimo week end, senza esitazioni, scegliamo una meta di montagna o di collina e andiamo ad apprezzare questo momento, che a mio avviso resta unico nell’anno. Buona passeggiata, e se vi va, fatemi sapere




La torre di Feudozzo

Che le gestioni pubbliche non siano sempre efficienti è noto, ma l’azienda Torre di Feudozzo ci dimostra che è possibile il contrario.

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Grazie alla nostra collaborazione con i Carabinieri Forestali e al colonnello Luciano Sammarone, amico da tempo di Big Mountain, ho potuto mettere il naso in questo raro esempio di efficienza e funzionalità.

feudozzo-carabinieri-forestali-cavallo-persano-bigmountain-montagna (40)L’azienda è situata a cavallo tra Abruzzo e Molise nei pressi di San Pietro Avellana dopo Castel di Sangro a 932 mt s.l.m. ed è affidata ai Carabinieri Forestali per il recupero della razza del cavallo Persano. È  un antico sito di caccia di origine borbonica. Carlo III di Borbone lo utilizzava per evidenti scopi ludici ed in particolare per la caccia, essendo immerso in un territorio di rara bellezza. Successivamente, i Savoia tentarono di fare tabula rasa di quanto fatto dagli spagnoli e quindi l’azienda per anni fu abbandonata o affidata in mani poco esperte che la utilizzarono solo come allevamento non ben identificato di bovini. Il secondo conflitto mondiale la distrusse quasi completamente trovandosi proprio sul fronte di avanzata degli alleati. Per fortuna, l’azienda nel 1977 entra a far parte delle disponibilità demaniali affidate alle regioni, viene quindi ricostruita cercando di preservare l’architettura originaria. Affidata alle cure dell’allora Corpo Forestale dello Stato, diventa un allevamento all’avanguardia di bovini, in cui gli esemplari, già negli anni 80, erano dotati di collare con microchip che permetteva al computer di assegnare la giusta quantità di mangime per le necessità e lo stato dell’animale. L’azienda inoltre era dotata di caseificio per la trasformazione e di conseguenza era economicamente autonoma.

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A causa di una brutta epidemia di brucellosi, nel 1995 fu costretta però a cessare l’attività e i 270 capi presenti furono macellati e distrutti. Dopo la bonifica fu destinata a un progetto di recupero di razze italiane bovine in via di estinzione come l’Agerolese, la Burlina, la Modicana e la Reggiana. Questo nobile intento però, a causa degli ahimè sempre esistiti conflitti burocratici della macchina statale, si dovette arrestare per incompatibilità tra il Corpo Forestale e la produzione lattiero-casearia. Grazie all’opera di un grande personaggio appartenuto al Corpo Forestale dello Stato, il dottor Potena, questa struttura riuscì a risorgere, venendo destinata come ancora è oggi, al recupero della razza del cavallo Persano. Questa razza, insieme alle altre due autoctone italiane che sono la Murgese e la Maremmana, è quella tra le 3 che ha migliori doti di affidabilità e versatilità di impiego.feudozzo-carabinieri-forestali-cavallo-persano-bigmountain-montagna (39)

Nasce infatti da incroci di cavalli arabi, spagnoli e italiani e gode di mantelli sauri, grigi e morelli. Con un organico di militari e civili, e strutture interne che la rendono completamente autonoma, quest’azienda curata oggi dai Carabinieri forestali, è a mio parere un fiore all’occhiello dell’amministrazione statale. Vi sono ospitati circa 50 cavalli di cui 28 persani 4 asini e il restante tra murgesi e animali sotto sequestro affidati per maltrattamenti (gli imbecilli non mancano mai), per sottrazione alla criminalità organizzata o addirittura per corse clandestine purtroppo ancora frequenti. Inoltre, La Torre di Feudozzo ha anche una struttura interna di accoglienza spesso usata da scolaresche per settimane didattiche e dotata anche di un percorso con laghetto visitabile sempre e comunque.

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Raro nel suo genere vi si trovano anche infrastrutture dedicate interamente ai diversamente abili. Insomma, io consiglio casomai vi trovaste in zona aquilana o molisana, di farci un pensierino a visitarla. Mi raccomando: per visitarla bisogna contattare il reparto Carabinieri Forestali per la biodiversità a Castel di Sangro n°0864845938 e non ve ne pentirete. Sarebbe bello poter constatare che il danaro pubblico qualche volta viene ben speso, e poter ammirare questi splendidi animali curati in modo esemplare dai Carabinieri Forestali che si adoperano per la conservazione di una razza che è un patrimonio tutto italiano.




Animali selvatici in balìa delle strade

Per le strade di montagna, spesso, anche se prudenti si resta in balìa di animali selvatici.

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Mi piace parlare di cose che mi toccano in prima persona. Pochi giorni fa, percorrendo di notte una strada di montagna, sgombra e scorrevole, nell’arco di pochi chilometri ho incontrato quasi uno zoo. In primis sono felice per me e per gli animali di essere qui sano e salvo a raccontarlo. Dietro una curva, trovare di notte un cinghiale dello stesso colore dell’asfalto, dal peso di circa 150 kg, che pacificamente annusava il suolo, non è piacevole. Quella stazza avrebbe potuto, se preso in pieno a velocità, causare seri danni a me e all’auto. Pochi chilometri dopo, mi sono imbattuto in due bellissimi esemplari di giovani cervi disorientati, ma, per fortuna ai bordi della strada.

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Dulcis in fundo, a pochi km dall’arrivo, la solita volpe che resta abbagliata dai fari, ma che per fortuna si riprende e continua la sua corsa. Tutto in una notte? Sì, e in pochi chilometri. Negli ultimi tempi sento tante persone aver avuto incontri ravvicinati di questo tipo e ahimè proprio per questa causa, alcuni di loro non possono più farlo. Come ho detto sopra, un cervo o un cinghiale di grossa corporatura, possono causare seri danni. Se poi, come è capitato a una persona che conoscevo, amante della natura, cercò di evitare alcuni cinghiali e perse il controllo finendo contro un albero, ecco che il dramma si realizza.

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Frequentando le strade di montagna, negli ultimi tempi è troppo facile imbattersi in animali come cinghiali, cervi, caprioli, volpi, orsi, lepri, sia in inverno che in estate e specie dal tramonto all’alba. Molte specie sono state ripopolate immettendo anche razze prolifiche che si riproducono in modo sostanzioso e veloce, mentre l’opera di salvaguardia portata avanti dai Carabinieri Forestali per la tutela di altre specie, ha evidentemente dato i suoi frutti. Questo però, ha avuto il suo rovescio della medaglia. Gli animali sono diventati tanti, al punto che, in regioni come la Liguria pare che alla periferia di Genova i cinghiali siano di casa tra le strade sia di giorno che di notte, con tanto di cospicue cucciolate al seguito.

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Il fenomeno ovviamente non è solo italiano, ma riguarda tutte le parti del mondo dove le strade attraversano aree protette e di salvaguardia. In queste zone gli animali, percependo la tutela che le autorità preposte dedicano loro, vanno a rifugiarsi numerosi perché si sentono protetti, e se una strada è nelle vicinanze ecco nascere il problema. Problema sì, perché un povero animale disorientato dai fari, dal rumore e dai gas di scarico può avere comportamenti imprevedibili. Ovviamente loro non capiscono il pericolo, e sta a noi evitare il peggio. Non dimentichiamo che anche se le strade sono un bene di comunicazione di primaria importanza, è sempre l’uomo ad invadere l’habitat della fauna, portando gli ignari animali a contatto con i fattori di disturbo sopra citati.

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Se si investe un animale, per prima cosa (sempre che siamo in condizioni di farlo) dobbiamo avvisare chi di dovere per portare soccorso all’animale ferito. Il 112 dei Carabinieri è il numero da fare per allertare il più vicino nucleo di Carabinieri Forestali. Loro, provvederanno a portare all’animale le cure necessarie. Saranno sempre loro o altre forze dell’ordine intervenute a provvedere di verbalizzare l’accaduto e indicarvi a quale ente provinciale o regionale rivolgervi per un risarcimento. La legislazione in materia è abbastanza complessa (che novità) circa le competenze ed eventuali deleghe, sarà quindi opportuno, specie se il danno è sostanzioso, di farvi assistere da un legale. Allo studio ci sono sistemi di radiofrequenza e di altre diavolerie elettroniche, che al passaggio delle macchine mettono gli animali in allerta con fasci di luce o barriere elettrificate. In alcuni posti sono già in funzione, anche se in modo sperimentale e pare diano buoni risultati.

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I costi non sono bassi, e questo purtroppo rallenterà molto la loro realizzazione in tutte le zone a rischio. Allora che fare? Chi di noi di notte su queste strade ha spesso sottovalutato i limiti di velocità, magari ritenendoli eccessivi? Credo tutti ed io mi ci metto per primo. La stanchezza, la vicinanza a casa, ma soprattutto la strada vuota che porta alla velocità fanno il resto. La segnaletica è importante, e specie dove vediamo quella che segnala l’attraversamento di fauna selvatica abbassiamo la velocità e rientriamo nei limiti. Se siamo a 50 km/h possiamo interagire con il comportamento degli animali, ed evitare o quanto meno ridurre, eventuali danni al minimo.

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Se il cinghiale dell’altra sera non è diventato salsicce è merito della mia andatura e della buona sorte, perché grazie ai social dalla mattina avevo letto che gli attraversamenti erano numerosi. Fidatevi, qualche minuto in più può salvare la vita a un ignaro animale, e anche a noi, sperando che le istituzioni quanto prima facciano ulteriori sforzi per tutelare meglio tutte le specie che vivono a ridosso delle strade, specie in montagna e proteggere anche noi che le percorriamo. Così poi penseremo a proteggerci dai ciclisti che da ora a novembre vanno in gruppo affiancati. Lì, la vedo più dura.




Un bosco è sempre magico, se poi è di Sant’Antonio è fantastico

La magia del bosco è indiscussa, ma in quello di Sant’Antonio a Pescocostanzo l’immaginazione supera la realtà.

Passeggiare nel bosco è sempre stata la mia passione, tanto che da piccolo ho spesso fatto preoccupare i miei genitori. Per fortuna poi tornavo sempre a destinazione. Con il passare degli anni e la conquistata indipendenza dai parenti, le cose sono cambiate e ho potuto finalmente dare sfogo alla mia voglia di esplorare. Non esiste una stagione ideale per il bosco credetemi. Ognuna ha il suo fascino.

In inverno i suoni attutiti dalla neve regalano emozioni incredibili, in autunno il tappeto di foglie su cui camminiamo dona sensazioni e profumi unici, in estate la frescura e la luce del sole filtrata dai rami offre benessere, ma in primavera si tocca quasi l’estasi. Così ho deciso, a costo della mia credibilità, di raccontarvi l’esperienza che qualche anno fa in questo mese ho vissuto nel bellissimo Bosco di Sant’Antonio nel comune di Pescocostanzo in Abruzzo.

Attenzione che parliamo di un’intera zona che regala emozioni ferme nel tempo, e si avvertono già passeggiando per questo paese che è annoverato tra i borghi più belli d’Italia. Ma non vado oltre a decantare le lodi di “Pesco” perché chi non lo conosce, almeno una volta nella vita, dovrà visitarlo e magari poi mi dirà. Uscito dal paese dopo pochi chilometri si incontra il Bosco di Sant’Antonio e io lasciai la macchina lungo la strada addentrandomi in esso come avevo già fatto tante volte. Volutamente preferii stare alla larga dalle masserie prospicienti il bosco, per immergermi completamente nei colori, nei rumori e nelle sensazioni che questo posto regala in primavera.

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Pochi giorni prima avevo letto di storie di mondi fantastici abitati da fate e gnomi e avevo visto Avatar in tv, per cui la mia mente viaggiava in dimensioni lontane dalla realtà. Più mi addentravo e più mi facevo affascinare da scorci e colori magici, dove i rumori di quella che chiamiamo civiltà erano spariti da più di un’ora. Si ascoltavano solo uccelli, fruscii di vento, scricchiolii di rametti sotto i piedi e foglie calpestate o portate via dai miei passi. Camminavo ormai da tempo e decisi di riposarmi su un masso colorato da un comodo cuscino di muschio.

Non sono uno che facilmente si fa condizionare dall’immaginazione, ma lì si congiunse tutto il paesaggio che avevo negli occhi con quanto avevo letto, e in men che non si dica iniziai a vagare con la fantasia. Mi sembrava di vedere i folletti in casacca verde, che abitualmente proteggono il bosco dalle persone dannose, fare capolino dalle piante per capire le mie intenzioni, e addirittura tra un ramo e l’altro lo scintillio di qualche probabile fata che si aggirava da quelle parti. Insomma, pian piano il bosco si stava animando in modo pacifico di tutte le creature che avevo incontrato nella mia lettura e in ognuna di cui avvertivo la presenza, riconoscevo un personaggio. Meno male che ero lontano dalle fattorie altrimenti qualche gnomo del bosco, che aiuta nella produzione dei formaggi, mi avrebbe tirato un brutto scherzo.

Non so quanto durò quest’estasi assolutamente non procurata, ma vi assicuro che rimettermi in cammino non mi allontanò da quel mondo fantastico. Pian piano ritrovai la strada della macchina ma non mi persi nulla del paesaggio boschivo. Peccato che tutti i miei amici fossero andati via. Per fortuna che mi consolai con un ottimo pranzo poco più avanti nel ristorante “Il Faggeto” del mio amico Vittorio. Ma devo confessare che mi guardai bene dal raccontare quanto mi era successo. Spero che tutto ciò non mini la mia credibilità e sproni qualcuno a ripetere la mia esperienza perché sono certo che prima o poi qualche fatina anche voi la incontrerete. Il bosco di Sant’Antonio non delude………mai.




COME NASCE LA NEVE

Quante volte ci siamo incantati a vedere una nevicata e soprattutto se attenti osservatori ad ascoltare il suono della neve che cade?

Io tantissime volte e spesso mi sono anche chiesto come la neve si crea. Da bambini ci hanno raccontato favole e leggende, di cui molte suggestive e curiose. Ad esempio sono tirate in ballo pecore che con l’arrivo del freddo alla ricerca di verdi pascoli salgono sempre più di quota, tanto che vengono a contatto con folletti che per dispetto le staccano i riccioli della lana e li fanno cadere dal cielo creando così la neve.

il-fioccoOvviamente con la crescita e la curiosità che aumenta queste giustificazioni non vanno più bene e quindi giunge il momento di sapere la verità. L’aspetto più affascinante della neve, che altro non è che una goccia d’acqua a contatto con strati di aria a bassa temperatura, è la sua struttura al microscopio cosiddetta del cristallo di neve. In maniera molto semplificata potremmo dire che un fiocco di neve comincia a formarsi quando una goccia d’acqua estremamente fredda viene a contatto con “qualcosa” come   polline o particelle di polvere nel cielo.

Questo crea un cristallo di ghiaccio. Come il cristallo di ghiaccio cade verso il basso, il vapore acqueo si congela sul cristallo principale, costruendo nuovi cristalli ed ecco le sei braccia del fiocco di neve. La percentuale di umidità non ha molta importanza sulla sua struttura ma influisce quando si posa a terra sulla tenuta del manto nevoso. La forma del cristallo quindi è tale solo per il tragitto che percorre dalla formazione all’arrivo a destinazione.

Sulla consistenza invece ha importanza la temperatura che dà i -5 ai -15 si va sempre più ad appiattire verso il freddo. Grazie a ciò potremmo anche dire che ogni fiocco è affine a se stesso così che non esistano 2 fiocchi uguali, proprio perché ognuno di loro percorre un cammino diverso dal momento in cui si genera. Come sempre succede in natura dietro ogni fenomeno all’apparenza semplice c’è un processo formativo complesso e articolato che ci affascina sempre e ci dà modo di capire che nulla è per caso