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Vogliamo recuperare la dignità di figure che la storia ufficiale ha cancellato: quella delle brigantesse.

I briganti, entrati in guerra per difendere la loro terra, erano contadini e allevatori dell’Appennino meridionale, spinti da una povertà endemica verso un riscatto sociale ed economico. Per comprendere appieno il fenomeno del brigantaggio bisogna considerare il ruolo fondamentale delle donne; per apprezzarne tutti gli aspetti è necessario prendere in considerazione la vita di quegli uomini e soprattutto di quelle donne che presero parte in maniera attiva a questa ribellione. Dovremmo guardarli con un’ottica diversa da quella risorgimentale che, per questioni propagandistiche, ha disegnato i briganti come biechi ladri e assassini. La storia insegna che il popolo si ribella solo quando i soprusi e le privazioni superano il limite umanamente tollerabile, allora si cerca una istintiva e inevitabile soluzione perché è “preferibile morire in piedi anziché vivere in ginocchio”. Tra questi uomini che hanno scelto la ribellione per difendere la loro terra e i loro diritti, nella speranza di una vita migliore, anche le brigantesse meritano di essere ricordate per quello che furono.  Non più donne disoneste, semplici amanti o drude, come venivano appellate dalla stampa sabauda, ma combattenti vere e proprie.

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Le brigantesse, donne per le quali cancellare la loro femminilità, vestire abiti maschili e imbracciare un fucile, diventa un’opportunità, oltre che una necessità, per combattere a fianco ai propri uomini, difendere la loro terra, rendersi utili e affrancarsi dalla loro precaria condizione di donne senza nessun diritto. Sicuramente le motivazioni sono diverse da quelle dei propri uomini, ma comunque forti e ineluttabili. Probabilmente, diventano combattenti seguendo l’istinto quando si toccano loro i figli, il proprio uomo, quando si impedisce loro di amare. Fu così che si diedero alla macchia, donne che fino al giorno prima erano state docili e pacifiche ricamatrici dedite alla famiglia, ma anche donne dal passato difficile, tutte con lo stesso intento: migliorare la propria esistenza e quella delle persone più care. Rivendicando e conquistando la propria autodeterminazione, il diritto di vivere la propria vita e di fare le proprie scelte. La maggior parte erano donne del sud, abili sia col fucile che con i coltelli; donne scaltre, coraggiose e, anche se giovanissime, temprate dalla vita. Come Michelina De Cesari, compagna del brigante Francesco Guerri, bella, coraggiosa e determinata che si unì alla sua banda e ben presto ne divenne elemento di spicco, prendendo parte a numerosi conflitti a fuoco. Fu proprio in uno di questi scontri armati che perse la vita il suo uomo.  A lei toccò sorte peggiore, seviziata, torturata ed esposta nuda dai “liberatori” piemontesi. Rimasta nella memoria collettiva per il suo coraggio, per la sua bellezza fiera, per la sua lealtà alla banda, a lei sono state dedicate opere di varia natura e canzoni come quella di Eugenio Bennato “Il sorriso di Michela”. Tra le più famose brigantesse della storia risorgimentale ricordiamo, oltre a Michelina De Cesari, anche Arcangela Cotugno, Filomena Pennacchio, Giuseppina Vitale, Marianna Oliviero detta Ciccilla, una delle più crudeli.

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Mentre il marito era alla macchia fu fatta arrestare dal famigerato maggiore Pietro Fumel, mandato in Calabria per reprimere il brigantaggio e rimasto famoso per le esecuzioni pubbliche, per le torture e per lo scempio sui cadaveri usati come mezzo di dissuasione. Ciccilla però, in quanto a ferocia non era da meno, come dimostra l’assassinio della sorella ritenuta da lei l’amante del marito che massacrò con 48 colpi di ascia. Fu proprio in seguito a questo evento che si unì alla banda di suo marito. Traditi il giorno della vigilia di Natale da un componente della banda, Monaco, marito di Ciccilla venne ucciso, ma lei riuscì a fuggire seppur ferita ad un braccio. Dopo mesi di fuga e varie peripezie i soldati riuscirono a catturare la banda a seguito di una violenta sparatoria. Ciccila, venne catturata e condannata a morte, pena tramutata poi in ergastolo. Di Michelina De Cesari e delle altre brigantesse è rimasta la memoria attraverso fonti storiche che fanno da ottimo spunto per rivedere e ridiscutere la questione meridionale e la sua naturale conseguenza: il fenomeno del brigantaggio. Il tutto visto con uno sguardo nuovo, perché, anche se è vero che la storia la fanno i vincitori, questo non ci impedisce di rivalutare e ridisegnare i fatti senza il condizionamento imposto dalla politica unitaria. Perché anche se fatta al di fuori delle sedi opportune ci offre comunque spunti di riflessione nuovi e diversi. Carlo Levi disse: “Il brigantaggio non è che un eccesso di eroica follia: un desiderio di morte, e di distruzione, senza speranza di vittoria”, purtroppo una lotta già segnata in partenza, ma che comunque vale la pena di combattere.

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Maurizio Bartoli napoletano del 1957, frequenta le montagne abruzzesi dalla nascita. Risiede a Rivisondoli in provincia di L’Aquila, e grazie alla passione ereditata dai genitori ha mosso i primi passi sugli sci a 5 anni, potendo quindi praticare questo sport in diverse località Alpine dalla Val d’Aosta a Livigno con una particolare attenzione per l’Alto Adige, avendo sciato per molti anni tra la Val Badia e altre stazioni Alto Atesine. Grazie a 30 anni di attività di agente di commercio per primarie aziende del settore sportivo, ha acquisito una profonda conoscenza delle attrezzature. Altra cosa è la passione per il territorio abruzzese che sente di adozione, e che frequenta in tutte le stagioni, apprezzandone le peculiarità sotto tutti gli aspetti: sportivi, paesaggistici, culinari e sociali. Grazie alla collaborazione con Tribù Ecosport come redattore della rubrica Piramide Bianca, si è avvicinato all’informazione prettamente dedicata alla neve, e proprio per questa bellissima e gratificante esperienza ha deciso di affrontare il tema della montagna a 360° con Big Mountain.

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