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  1. Aria di nuovo nel Parco Nazionale di Abruzzo, Lazio e Molise.

Come anticipato tempo fa, ho intervistato nella bellissima sede di Pescasseroli in provincia de L’Aquila il nuovo direttore dell’ente Parco dott. Luciano Sammarone. Il dottor Sammarone è una nostra vecchia conoscenza come amico di Big Mountain, perché ci ha già rilasciato l’intervista Carabinieri Forestali per la Biodiversità nel precedente ruolo di colonnello comandante di questo nucleo a Castel di Sangro. Questo dottore in scienze forestali ha una lunga e blasonata carriera a tutela della natura prima nel vecchio Corpo Forestale dello Stato, poi nei Carabinieri che hanno inglobato la specialità. Adesso ha accettato questa nuova sfida, mettendosi in aspettativa dall’Arma il 30 settembre scorso, e ricevendo il primo ottobre l’incarico direttamente dalle mani del Ministro per l’Ambiente Costa.

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Il Parco nasce nel 1923 e si contende il primato di primo Parco Nazionale italiano con quello Gran Paradiso per pochi giorni. Parliamo di un periodo a cavallo delle due guerre mondiali del secolo scorso, tempi in cui sappiamo che la tutela dell’ambiente era lontana dall’essere affrontata, eppure il Parco venne costituito per tutelare dal bracconaggio, allora molto diffuso, sia l’orso marsicano che il camoscio appenninico dal di estinzione. Oggi, il Parco occupa una superficie di circa 50.000 ettari sul territorio di 25 comuni, in tre provincie (L’Aquila, Frosinone e Isernia). Conta 90 dipendenti divisi tra le aree amministrativa, scientifica e tecnica, e di questi ben 40 sono guardie con compiti di sorveglianza e prevenzione, dislocati in 12 reparti distribuiti sul territorio. A loro si aggiunge un nucleo di Carabinieri Forestali, completamente dedicati alla vigilanza della struttura.

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La presentazione del dott. Sammarone continua illustrandoci una caratteristica di questo parco che altri non hanno, ovvero la ZPE che sarebbe la zona di protezione esterna allo stesso. È una fascia cuscinetto che gira attorno ai limiti del Parco, e che gode di alcune peculiarità. In quest’area, contrariamente alle normali aree libere dove le regioni provvedono a dettare le norme di caccia, le regole venatorie vengono concordate con l’Ente Parco. In quest’area l’Ente provvede anche a dettare le norme per la zootecnia, i boschi, l’agricoltura e l’attività estrattiva delle cave. In questa ZPE, in merito alla caccia, vige anche la regola che questa può essere praticata solo dai residenti. Questo particolare non trascurabile, fa sì che mentre in aree libere da vincoli in Italia abbiamo mediamente un cacciatore ogni 16 ettari, qui ne abbiamo uno ogni 40. Ovviamente è una norma che non piace a tutti i cacciatori, tanto che si sta cercando di trovare un accordo con le regioni per accomodare il tutto.

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Alla domanda se il direttore del Parco veda la caccia di buon occhio, il dott. Sammarone mostra tutta la sua competenza e il suo equilibrio. Precisando che nell’area parco la caccia è tassativamente vietata, il problema riguarderebbe solo la ZPE, ma la risposta riguarda anche zone esterne alla stessa. I tempi sono cambiati rispetto al secolo scorso, dove spesso si assisteva a una caccia incontrollata che in alcuni territori stava portando addirittura all’estinzione di alcune specie. Oggi, per una serie di motivi burocratici, economici e restrittivi i cacciatori sono molti meno e le regole più ferree. Inoltre, grazie alle aree protette, la fauna ha avuto modo di riprodursi, e l’attività di controllo porta a vedere oggi la caccia come un fenomeno per nulla invasivo e dannoso per l’equilibrio dei territori. Il bracconaggio è un fenomeno scomparso in gran parte dell’Abruzzo e dell’Italia stessa. È indispensabile però non confondere l’attività venatoria con una corretta gestione faunistica.

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Su quest’ultima andrebbero infatti investite risorse per un’attività di monitoraggio e gestione di tutte le specie e del territorio. A fronte di questa gestione in vita 12 mesi all’anno, ben poca cosa sarebbero gli ormai quasi 3 mesi appena di caccia ben regolamentata. Il Parco, nato per tutelare l’orso e il camoscio, nel 2014 vede la popolazione del primo ammontare a più di 50 unità (la natalità è del 50% superiore al numero di morti) tendenti quindi all’aumento. L’orsa Peppina che lo scorso anno ha partorito fuori dal parco si palesa spesso nella zona di Pettorano sul Gizio dove esiste un corridoio virtuale con il Parco della Majella che già registra la presenza di altri marsicani. Questo corridoio ad esempio è rispettato dai cacciatori in accordo con la regione, nonostante sia al di fuori anche della ZPE. Purtroppo, l’orso, contrariamente al camoscio che ha creato altri branchi anche fuori dal parco fino ai monti Sibillini, non può biologicamente traslare facilmente in altri habitat, per cui la sua esistenza necessita di maggiori attenzioni e va sempre considerato a rischio.

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Altra storia è il cinghiale, che ben sappiamo essere spesso un pericolo sia per gli agricoltori che per la circolazione. Anche qui si lavora migliorando le tecniche di caccia con un cane per ogni cacciatore, anziché le vecchie “braccate” che erano mute di più cani, spesso pericolose per altre specie orsi compresi. Il cinghiale, ci ricorda il direttore, essere un animale che diventa fertile per peso e non per età. Questo comporta una maggiore natalità dovuta all’ambiente generoso di cibo. In passato saranno pure stati importati dall’estero per ripopolamento, ma oggi dalle recenti ricerche ISPRA (istituto superiore protezione ricerca ambientale), la maggioranza di questi animali risulta avere un corredo genetico locale.

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È intenzione del dott. Sammarone, in accordo con i responsabili dell’area scientifica del parco, avviare un monitoraggio di altre specie del parco come il lupo appenninico, che nonostante sia fuori pericolo di estinzione oggi soffre per l’ibridazione con cani randagi. Si avvierà un monitoraggio sia delle lontre ormai numerose, che dei cervi. A tutela di queste specie si sta portando avanti il progetto Life Crossing di concerto con Regioni e Anas, per approntare sistemi di attraversamento delle strade per gli animali. Si eviteranno così numerosi pericoli per automobilisti e animali stessi, attraverso sottopassi con barriere e segnali sonori. Alla domanda provocatoria se fosse cosa buona salvaguardare tutto il territorio nazionale con le stesse regole dei parchi, il dott. Sammarone mi riporta una frase del dott. Alessandrini storico direttore del fu Corpo Forestale dello Stato: “la vera sfida dei parchi è il parco non parco”.

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E tutti siamo consapevoli che questa sfida infatti si vincerà fuori dalle aree protette con migliori strutture, uomini appassionati e una coscienza dedicata all’amore per quello che è un patrimonio di tutti. L’incarico del dott. Sammarone ha una durata di 5 anni rinnovabili, e con un Presidente come il prof. Cannata rettore dell’università di Campobasso, anche lui di recente nominato dal ministro Costa si vuole mostrare un impegno ben preciso a sviluppare una politica dedicata alla tutela e allo sviluppo di questa grande risorsa che è l’ambiente. Il Parco è inserito nella Carta Europea del Turismo Sostenibile, e questa è una risorsa preziosissima alla quale sembra tutti stiano dedicando attenzione. A settembre, quando l’orsa Giacomina ha passeggiato per le vie di Villetta Barrea, ha richiamato l’attenzione di circa 25 giornalisti e reporter stranieri. Questo è un grosso input per il turismo locale. Prima però di salutare il mio illustre interlocutore, mi preme sapere da lui cosa ci terrebbe a realizzare, e lui mi dice giustamente che se alla fine del suo mandato riuscirà a portare avanti quanto già in cantiere potrà sentirsi soddisfatto.

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Ma ancor di più se riuscirà a donare al Parco un piano e un regolamento di cui ad oggi è sprovvisto. In ultimo, per alimentare la passione di Big Mountain per l’ambiente, mi sono immolato a chiedergli degli utili consigli per tutti. La risposta è stata sorprendente perchè in linea con i miei precedenti articoli, ovvero: tutti possiamo nel nostro piccolo contribuire, e anche piccoli gesti quotidiani come bandire i monouso. Insomma, un lavoro corale nostro, del Parco e delle autorità, senza proclami propagandistici ma con un lavoro costante può migliorare la nostra casa comune ovvero l’ambiente. A nome di Big Mountain mi sento di rivolgere al dottor Luciano Sammarone un grazie e un grosso augurio di buon lavoro da girare anche a chi collabora con lui. Il Parco come tutte le aree protette è la casa di tutti. Curiamola e andiamo a visitarla nel centro visite di Pescasseroli, nel museo del lupo a Civitella Alfedena o nei centri informazione dei 25 comuni di cui fa parte, oltre alla rete che fornisce sempre utili notizie.

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Maurizio Bartoli napoletano del 1957, frequenta le montagne abruzzesi dalla nascita. Risiede a Rivisondoli in provincia di L’Aquila, e grazie alla passione ereditata dai genitori ha mosso i primi passi sugli sci a 5 anni, potendo quindi praticare questo sport in diverse località Alpine dalla Val d’Aosta a Livigno con una particolare attenzione per l’Alto Adige, avendo sciato per molti anni tra la Val Badia e altre stazioni Alto Atesine. Grazie a 30 anni di attività di agente di commercio per primarie aziende del settore sportivo, ha acquisito una profonda conoscenza delle attrezzature. Altra cosa è la passione per il territorio abruzzese che sente di adozione, e che frequenta in tutte le stagioni, apprezzandone le peculiarità sotto tutti gli aspetti: sportivi, paesaggistici, culinari e sociali. Grazie alla collaborazione con Tribù Ecosport come redattore della rubrica Piramide Bianca, si è avvicinato all’informazione prettamente dedicata alla neve, e proprio per questa bellissima e gratificante esperienza ha deciso di affrontare il tema della montagna a 360° con Big Mountain.

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