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Sanno bene gli alpini che nella penna è tutto il loro orgoglio.

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Da pochi giorni si sono spenti i riflettori su Trento per l’annuale adunata degli Alpini. Hanno sfilato da quasi tutt’Italia, e le delegazioni più applaudite sono state quelle del Veneto, del Trentino e dell’Abruzzo, presente con un folto gruppo. Pensate, che nonostante il clima di grossa baldoria, gli stessi alpini la notte aiutavano il comune nella pulizia dei luoghi dell’adunata, in un ottimo clima di allegria e collaborazione. Ho un ricordo da ragazzo in val Badia in provincia di Bolzano, dove ero a sciare con la famiglia. Lì, c’era un distaccamento della brigata Tridentina. All’alba, con temperature di parecchio sotto lo zero, vedevo queste lunghe file di alpini in tuta bianca e sci in spalla, che risalivano gli impianti ancora chiusi con le ciaspole, per arrivare in quota per le esercitazioni.

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Mi chiedevo se fossero dei robot, ma poi la sera li vedevo in giro a bicchierare, sempre con discrezione e rispetto per gli altri. Gli alpini, nonostante il bagaglio di sofferenze e sacrifici che hanno patito, dovunque vadano portano allegria e spensieratezza. Il corpo nasce nel 1872, grazie all’intuizione del capitano di stato maggiore dell’esercito piemontese Giuseppe Domenico Perrucchetti. Quest’ufficiale, nato a Cassano d’Adda, ma fuggito da lì per la dominazione austriaca, si arruolò in Piemonte. All’epoca si riteneva che fosse impossibile allocare truppe sulle Alpi per respingere eventuali invasori dal nord Europa, e quindi si attendevano nella pianura padana.

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Questo ovviamente esponeva la penisola a troppi rischi. Il Capitano pensò bene di redigere uno studio da sottoporre ai superiori, nel quale si affidava la copertura dei confini a militari nati in montagna. Questi militari garantivano la perfetta conoscenza dei territori di origine, e la difesa strenua dei propri cari e dei propri beni. Lo studio di Perrucchetti venne preso in seria considerazione dagli Stati Maggiori, e grazie al gen. Magnani, cofondatore del CAI (Club Alpino Italiano) con Quintino Sella, vennero istituite le Truppe Alpine. Le truppe alpine erano le uniche in Italia che godevano, per la ferma breve (tre anni), dell’arruolamento regionale, mentre gli altri corpi del reclutamento nazionale. Questo proprio per garantire la territorialità dei militari.

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All’epoca i mezzi di locomozione degli alpini erano solide scarpe e un mulo per ogni compagnia, che grazie a una carretta poteva trasportare viveri e materiali. Pian piano le cose migliorarono, ma le difficoltà che incontravano questi eroi erano infinite. Basti pensare che gli scarponi “adatti”, dotati di legacci, arrivarono anni dopo. Questi uomini speciali, capaci di resistere alle insidie del tempo e alle fatiche di arrampicate impossibili, spesso sulle spalle oltre a zaini pesantissimi, portavano anche pezzi di artiglieria. Non solo l’arco alpino ha fornito alla patria la migliore gioventù, infatti anche regioni come l’Abruzzo, nota per le sue montagne, ha dato tantissimi alpini all’esercito.

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Il battesimo del fuoco di questo corpo, per ironia della sorte, fu in Africa, precisamente in Eritrea nel 1887, e fu subito chiaro il loro valore. Finalmente, nel 1902 gli alpini vennero dotati di un potente mezzo di locomozione adatto alla neve: gli SCI. Le azioni eroiche di questi soldati non si contano, sia nel primo che nel secondo conflitto mondiale. Nel corso della Grande Guerra, la storia parla chiaro e ci dice che la maggior parte, se non tutte le vittorie in ambito alpino, giunsero grazie agli eroismi delle penne, al grido di “Da qui non si passa”, sconfissero i nemici su territori impervi con un costo in vite umane enorme che tra morti e dispersi supera le 40.000 unità. Nel secondo conflitto mondiale, nonostante gli esiti per l’Italia non furono uguali al primo, gli alpini combatterono eroicamente su 5 fronti (Alpi, Grecia, Jugoslavia, Russia e Italia) diversi tra loro per caratteristiche morfologiche e strategiche.

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Ma in Russia diedero il meglio di loro, con un costo altissimo di circa 35.000 morti. Insomma, la loro storia costellata di vittorie, ha accumulato nel tempo, 207 medaglie al valor militare e 4 medaglie d’oro al valor civile, ma pagando un prezzo altissimo in vite umane. Saranno questi gli ingredienti dell’indomito spirito di corpo che anima le loro rimpatriate? Persone che hanno operato in condizioni disperate, dove ognuno ripone la propria vita nelle mani del compagno d’armi, ovviamente conserva in eterno un legame unico nel suo genere. Alpini si è per la vita e l’amore per la patria, la bandiera, ma soprattutto per il cappello non muoiono mai. Grazie a questo spirito di corpo, l’Associazione Nazionale Alpini che riunisce tutti gli ex, nasce nel 1919, e oggi conta 384.000 associati. Questo sodalizio, fedele all’impegno di “onorare i caduti aiutando i vivi” ha assunto, nel corso degli anni, una funzione sociale di altissimo livello, con iniziative che spaziano dai compiti di protezione civile al soccorso alpino.

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All’interno annovera gruppi di donatori di sangue o di organi, oltre a vere e proprie squadre di pronto intervento in caso di calamità. In ogni occasione, come il terremoto del Friuli, dell’Irpinia o dell’Umbria, si è assistito a una gara di solidarietà al loro interno per alleviare le sofferenze delle persone colpite. Oggi, le Forze Armate sono cambiate rispetto ai tempi di cui sopra e in modo profondo. Abbiamo un Esercito di professionisti ad alta specializzazione, e le nostre truppe alpine hanno partecipato a importanti operazioni di “peace keeping” in mezzo mondo con brillanti risultati. Parliamo di Albania, Bosnia, Kosovo, Afghanistan, Mozambico solo per citarne alcune, esercitando ruoli di mediazione e di aiuto al ritorno alla normalità per le popolazioni locali.

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Inoltre, non dimentichiamo che questi eroi partecipano, come tutto l’Esercito, al fianco delle forze dell’ordine a operazioni di controllo del territorio in regioni a rischio malavitoso e al cospetto di obiettivi sensibili per il terrorismo. Si spera solo che in base alla riorganizzazione delle Forze Armate e all’alta specializzazione, gli alpini, che oggi ammontano 9.500 unità di cui più di 500 donne, non perdano la loro “alpinità” o per dirla breve, il loro essere montanari. In conclusione, e per non annoiarvi, sono certo che chiunque mi legge si vorrà unire a me in un grosso ringraziamento a queste impavide penne. Loro oltre a difendere il tricolore, hanno sempre portato alto il nome dell’Italia, e regalano un enorme allegria con i colori, i canti e le goliardiche bevute nelle loro adunate. Arrivederci alla prossima che nel 2019 sarà a Milano.

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Maurizio Bartoli napoletano del 1957, frequenta le montagne abruzzesi dalla nascita. Risiede a Rivisondoli in provincia di L’Aquila, e grazie alla passione ereditata dai genitori ha mosso i primi passi sugli sci a 5 anni, potendo quindi praticare questo sport in diverse località Alpine dalla Val d’Aosta a Livigno con una particolare attenzione per l’Alto Adige, avendo sciato per molti anni tra la Val Badia e altre stazioni Alto Atesine. Grazie a 30 anni di attività di agente di commercio per primarie aziende del settore sportivo, ha acquisito una profonda conoscenza delle attrezzature. Altra cosa è la passione per il territorio abruzzese che sente di adozione, e che frequenta in tutte le stagioni, apprezzandone le peculiarità sotto tutti gli aspetti: sportivi, paesaggistici, culinari e sociali. Grazie alla collaborazione con Tribù Ecosport come redattore della rubrica Piramide Bianca, si è avvicinato all’informazione prettamente dedicata alla neve, e proprio per questa bellissima e gratificante esperienza ha deciso di affrontare il tema della montagna a 360° con Big Mountain.

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